Dark Shadows

 

Chi ha avuto il piacere di visitare la mostra di Tim Burton avrà sicuramente notato il suo immenso talento per l’illustrazione, il disegno a mano libera, lo stile delle illustrazioni (nonchè i disturbanti soggetti): nella testa di Tim Burton vive un universo adorabile e spaventoso, fatto di mostri colorati e orripilanti, bambini pallidi  dagli occhi grandi spaventati, creature tragiche e tenere, tra le quali Edward Manidiforbice è solo il più conosciuto.

A volte, ma solo a volte, questo universo lo abbiamo ammirato al cinema e ne siamo rimasti talmente affascinati da non notare i limiti di regia e sceneggiatura che emergono invece ogni volta che Burton lavora all’adattamento/rifacimento di opere non scaturite dalla sua mente geniale. Cosa che avviene sempre più spesso. Sarà l’età, saranno i soldi, sarà che nessuno resta in contatto con il proprio talento per sempre.

Dopo il flop stereoscopico di Alice e prima dell’autoremake di Frankenweenie (Tim caro, ti rendi conto che è dai tempi de La Sposa Cadavere che non ti inventi nulla?), l’ennesima collaborazione Burton/Depp è  Dark Shadows, tratto da una popolare soap opera americana degli anni sessanta purtroppo inedita in Italia. La curiosità su Dark Shadows è che l’elemento sovrannaturale compare circa sei mesi dopo  l’inizio della serie, mentre il personaggio principale, il vampiro Barnabas Collins, appare addirittura dopo un anno, decretando il definitivo successo dell’opera. Un pastiche horror/melodramma senza precedenti e rimasto senza uguali – basta leggere le trame degli episodi su wikipedia – che Tim Burton porta sul grande schermo affidandosi ad un cast eccezionale e fidato: dall’immancabile Johnny Depp al graditissimo ritorno di Michelle Pfeiffer, oltre a Chloe Moretz, che tra qualche anno si litigherà la palma della più gnocca con Elle Fanning, Eva Green,  Helena Bonham Carter, Jonny Lee Miller e Jackie Earle Healy.

 Dark Shadows è la risposta di Tim Burton a Twilight. Risposta ad una domanda non posta, certo, ma non per questo meno pertinente, visto che Dark Shadows è tutto quello che Twilight non sarà mai: divertente, pieno di personaggi interessanti e sfaccettati (pure troppi), contiene vampiri spaventosi, ha uno stile visivo ben delineato e – cosa non da poco – pieno di attori capaci. Purtroppo, accanto ad una regia ispirata ed una scenografia meravigliosa (gli scorci di Collinwood sono realistici, eppure filtrati da una lente deformante chiaramente burtoniana che li rende inquietanti), Dark Shadows mostra chiaramente tutti i limiti di una riduzione da uno sceneggiato (di oltre mille puntate). Troppi personaggi interessanti lasciati sullo sfondo per l’immancabile one man show di Johnny Depp, troppi intrecci per un film di due ore che risolve in maniera vaga e scontata, soprattutto se si pensa ad alcune soluzioni banali – che c’entra il MacDonald? cosa porta al film la scena di sesso acrobatico? – che potevano essere espunte in fase di montaggio per dare maggior coesione al film o spazio ad altri dettagli. Alcune trovate, squisitamente Burtoniane, tipo la vecchia governante (a proposito, ma che fine fa??) o la sequenza dell’arrivo di Barnabas in città compensano stupidaggini tipo la gag con la televisione che oltre a sapere di già visto e rivisto, è inutile nel film e sembra pensata solo per i trailer.

Dark Shadows è un film divertente, ma privo dell’umanità che Tim Burton ci faceva intravedere dietro le maschere dei suoi primi mostri: è la prova che il regista americano non ha perso la capacità di creare mondi gotici affascinanti, ma non sa più dar loro un’anima. Quei disegni alla mostra rivelano l’animo impaurito di un bambino salvato dal talento di dare forma ai propri fantasmi: Dark Shadows (come Alice) rivela un animo ormai pacificato e pigro che di quel talento fa un uso svogliato ma estremamente consapevole e redditizio. Chi s’accontenta, gothic

 

P.S. io sto qui a fare le pulci all’involuzione di Burton, ma prima del film c’era il trailer di Operazione Vacanze, ennesimo scempio del mezzo cinematografico, che conta i molteplici talenti di Valeria Marini, Jerry Calà, Massimo Ceccherini e Er Cipolla, oltre a Pannofino che per dieci euro ormai fa anche le feste di compleanno, e non si è sentita neanche mezza risata (solitamente ci si sganascia per la minima cazzata): ho persino percepito in sala un certo imbarazzo. Rischia seriamente di essere il film più brutto e meno visto della storia. Imperdibile.

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