To Rome With Love

Bella, divertente, perfino nevrotica… È come se ti entrasse  una scala reale!

Ormai neanche lo nasconde più. Woody Allen “regala” i suoi film alle città che ama ed ai loro uffici pro-loco, indipendentemente dal fatto che abbia o meno qualcosa da dire e, soprattutto, voglia di farlo. To Rome With Love è una dedica che non trova riscontro nell’ultimo film del maestro: di amore, ce n’è davvero poco. O punto, come diceva il mio professore di greco. Difficile salvare qualcosa, a parte una splendida Penelope Cruz che recita in italiano molto meglio di alcuni attori autoctoni, scelti apparentemente a casaccio tra gli scarti del cast dell’Isola dei famosi, tipo Giuliano Gemma o Ornella Muti (quando il personaggio della Mastronardi le dice che è una delle sue attrici preferite, l’effetto comico metacinematografico è involontario ma illuminante) o tra il peggio che il nostro panorama possa offrire (appunto, Alessandra Mastronardi, complimenti al suo agente). Roberto Benigni è un lusso che Allen può permettersi, ma è un nome pesante che contribuisce a far affondare la barca, nonostante il suo episodio sia forse l’unico minimamente pensato e certamente il più alleniano di tutti.

To Rome With Love però non è altro che uno sbiadito bignami di temi e situazioni già raccontate molto meglio da Allen in altri film (il personaggio di Alec Baldwin richiama quello del fantasma di Bogart in Provaci Ancora Sam), senza che si percepisca uno sforzo di chiudere coerentemente le varie storie in una cornice che non sia soltanto quella della città eterna.
Oltre ad un cast che Allen evidentemente non ha curato (Ellen Page femme fatale? Per uno di quinta elementare, senz’altro…), è imbarazzante sia la colonna sonora, che alterna unicamente Volare di Modugno ad un’assurda marcetta che sembra uscita da un film di Alvaro Vitali (forse per compensarne l’assenza, poveraccio, mancava solo lui), sia le numerose riprese che mostrano persone che guardano in macchina, fanno foto, sorridono quando riconoscono gli attori. Mai vista una cosa del genere, ma è evidente che ad Allen, poco ispirato anche nella recitazione, non interessava altro che timbrare la pratica Roma, dopo Barcellona e Parigi. Se questo doveva essere un omaggio al cinema italiano che fu, caro Woody, non ci hai capito niente. Sembra la parodia del cinema italiano contemporaneo (ai cui infimi livelli comunque non arriva, sia chiaro) .
Ultimo punto dolente, la sceneggiatura: qualcuno dica al Maestro che non può più sceneggiare i dialoghi dei trentenni come quando aveva trent’anni lui, e mi stupisce l’ingenuità dei due “narratori” in apertura e chiusura del film, che dovevano essere tagliati al montaggio.

Nota all’edizione italiana: si sono adeguati al pressapochismo generale, con un doppiaggio inaccettabile, approssimativo, per nulla livellato (neanche col volume) con gli attori che recitano in italiano in presa diretta.  Vergognoso.

Continua l’alternanza di film indovinati e film pessimi, speriamo nel prossimo.

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