Diaz

 

 

Diaz, ovvero Romanzo di un Pestaggio, esce a pochi giorni di distanza dal film di Giordana e – per me – solleva gli stessi dubbi sulla necessità di un cinema che racconti fatti perfettamente documentati e pure piuttosto recenti (senza neanche i risvolti oscuri dei fatti di Piazza Fontana). Nonostante ciò, vedere Elio Germano che le prende senza motivo è sempre un piacere. La peculiarità di Diaz è la volontà di raccontare una tragedia collettiva (estesa ben oltre i suoi protagonisti) senza voler essere un atto d’accusa moraleggiante o schierato e senza cercare ricatti emotivi inventando  drammi particolari di personaggi inventati. Non c’è bisogno di un film per accusare l’abuso della violenza dell’episodio della Diaz e Daniele Vicari mette sin da subito le cose in chiaro aprendo il film con le devastazioni causate dai black block (che al momento opportuno scappano evitando il pestaggio, che quindi si concentra su Elio Germano) e le reazioni a catena che queste provocano.

Più che di merito, parlerei di assenza di demerito per le scelte di Vicari, che riesce ad evitare i clichè del caso, a parte soccombere anch’egli alle spietate leggi della fisiognomica, proponendo un’opera innanzitutto cinematografica (la scena d’apertura con il ralenti al contrario è bellissima).

La cronaca è tristemente nota, da questo punto di vista Diaz non aggiunge nulla a quel che si può apprendere dagli atti processuali e non tenta di sostituirsi alla realtà dei fatti. Il fulcro emotivo del film è chiaramente la scena dell’irruzione alla scuola, che Vicari mette intelligentemente al centro del film e non in fondo : cronologicamente la seconda parte del film mostra quasi interamente altri preludi al pestaggio, e solo in parte, per chiudere il film, le sue conseguenze.

La violenza che si abbatte sulla scuola Diaz è figlia della confusione dei giorni di Genova. L’assenza delle istituzioni è il vero mostro che si cela dietro le nefandezze dei celerini: il Social Forum che gestisce la logistica, gli accampamenti di manifestanti con chitarre e  bonghi che non si sa cosa ci fanno ad un G8, i black block che tutti vedono ma nessuno denuncia, la polizia che reprime invece di controllare, sono tutti ingranaggi inconsapevoli ed ugualmente responsabili, tutti polli decapitati che continuano a correre. Chi alimenta la confusione fornisce alibi a chi la deve reprimere: la bottiglia rotta che ritorna nel film più volte testimonia l’innata sconsideratezza che alberga nella natura umana e che trova il modo di venire fuori quando le regole dell’ordine sociale si indeboliscono, con l’unico effetto di causare danni irreparabili. E questo Diaz lo racconta benissimo, anche se fallisce un po’ nel suscitare emozioni nuove, che non siano il ricordo di quelle provate al tempo dei fatti.

L’intuizione di non mostrare mai i volti dei poliziotti durante il pestaggi e il girato nella scuola fanno di quella parte di Diaz un degno epigono dei classici dell’horror in cui le vittime predestinate cercano riparo da mostri inumani salendo le scale, prima di consegnarsi alla sorte. Le urla in sottofondo, al posto della solita colonna sonora, completano l’opera e ci regalano mezz’ora di ottimo cinema. Che non basta a fare di Diaz un film imprescindibile o un capolavoro, come in molti sostengono.

 

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