Romanzo di una strage

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti” (fabrizio de andrè)

Esaurite le riflessioni sulla liceità del progetto in anticipo sulla visione, ho potuto godermi il film, nonostante “il chiosatore” seduto dietro. Chiamasi chiosatore lo spettatore – generalmente sulla sessantina – che commenta il film ad alta voce a beneficio di amici e parenti, spiegando dettagli ed anticipando conclusioni sulla base della sua conoscenza dell’argomento. Tipo la strage di Piazza Fontana. Il modulo espressivo tipico del chiosatore e’ la parola singola, un’epigrafe che accompagna l’entrata e l’uscita in scena di questo o quel personaggio. Più raramente, concede brevi riassunti o aggiunge dettagli che il film ha colpevolmente trascurato. In pratica, una goccia cinese.

Romanzo di una strage racconta per sommi capi cosa accade in Italia dalla strage di Piazza Fontana (1969) alla morte del Commissario Calabresi (1972). Le omissioni contestate a Marco Tullio Giordana da Sofri e altri sono perdonabili, perchè dietro il tono asettico e didascalico, si nasconde la volontà di tracciare nettamente il confine tra vittime e responsabili, più che quello tra colpevoli e innocenti. Affidare alle rassicuranti sembianze di Favino e Mastandrea i due ruoli chiave di Pinelli e Calabresi è una scelta chiara, che vale anche per tutti gli altri personaggi. Chi ha la faccia da stronzo, è stronzo, chi ha la faccia da buono, è buono. Non ci si può sbagliare, nel film. È dolorosamente ironico che non sia stato cosí nella realtà, ma questa decisione apparentemente banale serve a capire il film, non quello che racconta. Trovano senso cosí le numerose sequenze con Aldo Moro (buono, Gifuni) e Saragat (ambiguo, Antonutti), che rallentano la narrazione ma legano la figura di Moro a quella delle altre vittime, completando una serie di decessi poco chiari che ha colpito tutti i livelli sociali (il cittadino Pinelli, il poliziotto Calabresi, l’industriale Feltrinelli, il politico Moro), ma che li ha divisi drammaticamente invece di unirli. Giordana ci dice che forse c’erano due bombe, ma che sicuramente c’erano due Stati: il primo, quello confuso ma sincero che da Pinelli andava a Moro, il secondo, che agiva nell’ombra delle incertezze e della ragion di Stato, aiutato inconsapevomente da tutti quelli con la faccia da “ambiguo”, da Valpreda e i superiori di Calabresi fino a Saragat.

Il film è un monumento ai caduti, un memorandum potente (perchè lo è il cinema) per un popolo senza memoria e per generazioni ineducate ma forse non ineducabili. Necessario? No, non per me, certamente, che ho capito più di quel periodo guardando La Meglio Gioventù e che le mie idee in merito a certi avvenimenti ce le ho già. Però un cinema civile è importante, anche se siamo costretti a ripartire dalla divisione tra buoni e cattivi, con tutti i rischi di certe semplificazioni, invece che andare verso l’approfondimento.

Informazione di servizio: questo blog è da oggi contro la riduzione sui biglietti per gli over 65. Sono molesti, chiosano, guidano male. E se volete sapere chi ha ispirato questa campagna, ricordate che dietro un grande blog, c’è sempre una grande donna.

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