Tratto da una storia vera (che nessuno conosce per intero)

L’idiosincrasia di questo blog per i film che vantano, chissà poi perchè, di essere “tratti da una storia” è una delle colonne portanti di questo piccolo spazio di pseudocritica cinematografica, insieme alla battaglia contro la maleducazione (persa) e quella contro Pino Insegno (ci sto lavorando). C’è un cortocircuito tra sospensione dell’incredulità e pretesa di realismo che mi impedisce di godere appieno di certi film, in particolari di quelli che modificano a scopo drammatico il fatto stesso che vogliono raccontare. Non mi disturbano ricostruzioni come “Romanzo Criminale“, o film di più ampio respiro come “Milk” o geniali come ” Tu Chiamami Peter” e “Il divo“, mentre non tollero cose come “Frost contro Nixon“, “The Iron Lady“, “J.Edgar“, che puzzano di make-up non solo sulle facce degli attori ma anche sul copione.

In questi giorni la questione è stata sollevata in un dibattito sulle pagine del Corriere della Sera, in occasione della presentazione di Romanzo di Una Strage” di Marco Tullio Giordana, che racconta i giorni della strage di Piazza Fontana, fino all’omicidio del Commissario Calabresi (non è uno spoiler, spero). Mastandrea fa Calabresi, Favino fa Pinelli. Entrambi, per loro stessa ammissione o per giudizio di chi ha visto il film in anteprima, “tradiscono” lo spirito delle persone che interpretano nell’atto di costruire dei personaggi. Le mie reminiscenze di studi classici mi portano alla memoria l’etimo del verbo tradire, ovvero il latino tràdere: consegnare (da cui l’accezione negativa moderna). E’ la stessa radice di tradizione e, in parte, anche di traduzione. ‘Sta botta di cultura per mostrare che la trasmissione di una notizia implica spesso una sua implicita modifica se di mezzo ci si mette qualcun altro. E’ inevitabile rappresentare senza tradurre e tradire. Questo non vuol dire che sia sempre e comunque lecito, anzi.

Mario Calabresi, figlio del Commissario, si lamenta in questa intervista per alcune mancanze (la campagna di Lotta Continua contro il Commissario) ed inesattezze storiche, piccole e grandi, pur essendo in fin dei conti soddisfatto del risultato. Riccardo Tozzi (Cattleya) produttore del film, gli risponde e rivendica qui il diritto alla verità “drammatica”, lasciando ad archivi e documenti quella storica. Hanno entrambi ragione (io a priori sono pro Calabresi, poi vediamo dopo il film).

L’esempio sono le ultime parole pronunciate da Calabresi alla moglie, riguardo un cambio di cravatta, il giorno in cui fu ucciso. Nella realtà, il Commissario dice alla moglie che la cravatta bianca che sta indossando è il simbolo della sua purezza. Essendo le ultime parole del Commissario, hanno per la famiglia un significato particolarmente toccante, sono il suo inconsapevole testamento. Nel film – sostiene Tozzi – “l’episodio sarebbe suonato apologetico e retorico” e viene trasformato in un momento di spensieratezza, l’ultimo prima del dramma. Vero: sarebbe sembrato retorico, i film hanno regole diverse dalla vita per suscitare le stesse emozioni ed il ruolo civile di un film come quello di Giordana non è quello del documentario o del sostegno di una tesi piuttosto che di un’altra riguardo i misteri di quegli anni, quanto quello di aiutare la consapevolezza e la memoria civile degli spettatori. Però – sapendo questo dettaglio – mi chiedo: ne è valsa la pena ? Togliere a Calabresi il suo messaggio finale a scopo drammatico, anche se sarebbe sembrato certamente melenso visto da uno schermo, non è piegare la verità, che lo stesso film accusa essere stata nascosta e manipolata?

Mistificare e semplificare fatti già poco chiari, stampandoli su pellicola, è un rischio non da poco, soprattutto se ci si prende libertà riguardo le poche cose certe che sappiamo: com’era Pinelli, com’era Calabresi. Le migliori intenzioni di Giordana possono avere effetti nefasti (vabbè, è sempre un film) su coloro i quali si riterranno soddisfatti da quello che il film mostrerà, scambiandolo per un avvincente documentario. Voler raccontare un periodo storico confuso, la genesi nera dell’Italia moderna attraverso pochi convulsi episodi mette al riparo Romanzo di una Strage dalla deriva macchiettistica tanto cara alla scuola dei biopic americani, ma la questione è più complessa. Mentre scrivo questo post, arriva la replica di Adriano Sofri, che più o meno voce in capitolo ce l’ha, e che sottolinea quanto la versione cinematografica di fatti reali sia pericolosamente capace di sostituirsi ai ricordi ed alle opinioni o crearne di fasulli, con la sua verità artistica.

Il confine tra tradimento e tradizione, intesa come “consegna”, è sottile quanto una pellicola fotografica, ed attraversarlo in nome dell’arte è spesso la strada più facile per vendere il prodotto. Ispirarsi a fatti realmente accaduti ma usare nomi e cognomi reali (invece dell’approccio più onesto di Romanzo Criminale, ad esempio) non mi pare altro che un inganno perpetrato ai danni dello spettatore (e del cittadino) meno accorto. Tra l’altro il film di Giordana è liberamente ispirato ad un libro (I segreti di Piazza Fontana) che sostiene tesi molto discutibili. È una versione di una storia che è una versione di una storia che è una versione di una parte della verità. Che nessuno conosce. Adesso venitemi a dire che quelli sono Calabresi, Pinelli, Moro, Saragat. Omonimia, al massimo. E di pessimo gusto.

Ognuno ha le sue idee, che influenzeranno per forza il giudizio sul film. Ma che da Sofri a Calabresi, da Pansa a D’Ambrosio, nessuno sia soddisfatto, beh, qualcosa vorrà dire. Esce venerdì.

Annunci