Cesare deve morire

Ci vorrebbe qualcuno più preparato di me per questa recensione. Sul cinema dei fratelli Taviani, su Shakespeare. Forse ci vorrebbe anche qualcuno meno cinico e con meno idiosincrasie verso il cinema documentaristico/ispirato a storie vere e simili. Cesare deve Morire ha vinto addirittura l’Orso d’Oro a Berlino e merita senza dubbio l’attenzione dei cinefili, ma il risultato non mi ha convinto del tutto. La messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare all’interno del carcere di Rebibbia, utilizzando come interpreti i partecipanti al laboratorio teatrale dei detenuti è una mossa coraggiosa. Il film dei Taviani è una specie di mockumentary sulle prove dello spettacolo, ingegnosamente concepito: gli ambienti del carcere diventano le scene della tragedia, i ruoli si sfumano, realtà e rappresentazioni si sovrappongono e si pestano i piedi – le “prove” sono in realtà scene meticolosamente concepite per funzionare cinematograficamente. Dello spettacolo vero e proprio, messo in scena per i familiari dei detenuti, vediamo solo qualche scena, in testa ed in coda al film, quasi come se fosse una cornice (sono tra l’altro le uniche sequenze a colori): la realizzazione dello spettacolo passa per l’immedesimazione, la discussione, la potenza evocativa dei versi di Shakespeare, che parlano di libertà, calati in un contesto tanto particolare.

C’è un piccolo problema: i detenuti, oltre ad interpretare (molto intensamente) i personaggi dello spettacolo, interpretano anche se stessi: provini, litigi, discussioni, riflessioni, epifanie sono palesemente sceneggiate tanto quanto lo spettacolo, peccato che ai detenuti non riesca il doppio salto carpiato e tutto abbia un retrogusto posticcio e melodrammatico. E’ evidente che gli attori sentano di più i versi di Shakespeare che le battute dei Taviani (e ci mancherebbe). Il risultato è un film a tratti potente,  sporcato da questi intermezzi poco riusciti.  Non ci si può improvvisare attori così tanto da sostenere diversi livelli di finzione sovrapposti. I Taviani immaginano e forzano un processo di redenzione attraverso l’arte che non convince proprio perchè i detenuti, invece di viverlo, lo mettono in scena, o comunque questo è quanto ci è mostrato.  Paradossalmente, sforzarsi di immaginare il Giulio Cesare nelle tristi ambientazioni carcerarie è meno difficile che credere all’effetto salvifico del teatro sui criminali.

Cesare deve morire è comunque un film coraggioso, intelligente, inusuale: tre aggettivi di cui, oggi, non può fregiarsi praticamente nessun altro prodotto italiano e solo per questo merita attenzione e rispetto. In più, lo danno al Nuovo Sacher, dove il pubblico è educato. Non c’entra, però c’entra.

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