Project Nim

 

Il Progetto NIM, avviato nel 1973 dal professor Herbert Terrace della Columbia University, consisteva nell’allevamento di un cucciolo di scimpanzé, Nim, come se fosse un bambino per insegnargli il linguaggio dei segni. Lo scopo del progetto era verificare la capacità degli scimpanzé di apprendere un linguaggio complesso e formulare frasi di senso compiuto per comunicare.
Il progetto venne gestito in maniera arbitraria e dilettantesca e quando Terrace chiuse il progetto, per Nim iniziò il calvario: dapprima chiuso in uno zoo con altri scimpanzé, poi spedito a fare da cavia in un laboratorio farmaceutico ed infine portato in una riserva a vivere gli ultimi anni della sua vita.

Project Nim è soprattutto uno straordinario documento sulla protervia umana. Indipendentemente dai risultati dei test (il progetto Washoe aveva già dimostrato in precedenza che gli scimpanzé possono comunicare con il linguaggio dei segni), ciò che emerge dal documentario è la totale assenza di metodologia ed etica con cui il Progetto Nim è stato condotto, che ha portato Nim a finire sospeso tra due mondi, senza appartenere a nessuno dei due e senza che questo sacrificio abbia condotto a qualche forma di benessere. Ironicamente, dopo aver visto Nim allattato al seno umano, vestito come un bambino, scaricato come una provetta rotta, la parte in cui viene usato come soggetto per test medici sembra la meno inumana.
Lo scopo del film è la documentazione della vita di Nim. Si fa ricorso prevalentemente al corposo materiale d’archivio, con l’aiuto di qualche messa in scena e delle interviste ai protagonisti delle varie fasi dell’esperimento. Nessuno viene esplicitamente demonizzato o accusato, ma gli errori etici (oltre a quelli metodologici) sono evidenti e la colpa ricade piú su alcuni che su altri.
Invece di insistere su questi aspetti, da cui forse si potrebbe imparare qualcosa, Project Nim cade nello stesso errore dei ricercatori: tenta di evidenziare il lato umano di Nim insistendo sui dettagli maggiormente toccanti della storia e va a chiudere su una sorta di lieto fine assolutamente non consolatorio. L’aberrazione iniziale, strappare cioè un cucciolo alla propria madre ed al suo habitat per una disputa accademica, proietta la sua ombra su una catena di errori umani e scientifici che hanno avuto una vittima ma per i quali nessuno ha pagato o chiesto scusa. L’assenza di un punto di vista analitico e di una condanna esplicita dimostra che lo scopo del film è commuovere, e non informare, anche perchè probabilmente un giudizio a posteriori sul progetto, che di certo non sarebbe positivo, avrebbe compromesso la partecipazione al film dei protagonisti di questo disastro. Ció nonostante, Project Nim, per quanto incompleto, resta una valida testimonianza di quanto accaduto e certamente un punto di partenza per una discussione sui limiti che la specie umana deve imporsi nell’interazione con le altre creature con le quali condivide il pianeta.

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