50 e 50

“Potremmo scopare con delle prostitute mentre ci lanciamo col paracadute e tu vuoi fare una cosa che io ho imparato a quindici anni”

I film che affrontano la tematica “cancro” solitamente perpetrano un ricatto emotivo nei confronti dello spettatore, che in un modo o nell’altro, tende ad empatizzare istintivamente con i personaggi. Poi alla fine il malato muore, ma non prima di aver realizzato il sogno della sua vita, aver imparato ad affrontare la morte, aver fatto pace con il figlio/padre/fratello che non vedeva da anni. Ecco io gli autori di questi film, ma anche gli attori, i produttori, persino gli esercenti e perchè no, gli spettatori abituali, li prenderei a sprangate sui denti. Per diverse ragioni, non ultima il fatto che non ho mai preso a sprangate nessuno e – dovendo farlo prima o poi – questa categoria di persone mi pare la più adatta. Perchè nella vita reale le cose non funzionano così manco per il cazzo. E se devi vedere una cosa che nella vita reale non funziona così manco per il cazzo, allora guardati almeno qualcosa di divertente.

Nell’ultimo anno ho visto quattro film – molto diversi tra loro – sulla tematica cancro: How To Die In Oregon, straziante documentario sull’eutanasia, Death of a SuperHero, film indipendente americano con Andy Serkis, Restless di Gus Van Sant e , ovviamente,  50 e 50 di Jonathan Levine. I primi due, passati al Festival di Roma, sono film che difficilmente saranno distribuiti in sala, ma che meritano una visione, se non altro per il modo in cui scelgono di raccontare le loro storie (il primo è un documentario, e vabbè, il secondo parla di un adolescente con aspirazioni da fumettista che affronta la battaglia con il cancro, saremmo quasi ai limiti delle spranghe ma ci sono variazioni sul tema interessanti) . Restless di Gus Van Sant è una favola sulla morte, un capolavoro di delicatezza. L’esatto opposto di 50 e 50, che è un capolavoro di tutto il contrario della delicatezza.

50 e 50 sono le chance che Adam (Joseph Gordon-Levitt) scopre di avere di sopravvivere o meno alla rara forma di cancro spinale che lo ha colpito. La sua ragazza Rachael (Bryce Dallas Howard) gli regala un cane e poi lo lascia, il suo migliore amico Kyle (Seth Rogen) cerca di farlo distrarre e magari di usare il cancro come esca per le donne, la psicologa alle prime armi (Anna Kendrick) cerca di penetrare il muro che Adam sta inconsapevolmente innalzando e sua madre (immensa Anjelica Houston) lo soffoca di attenzioni.

Niente scoperte sensazionali, niente pistolotti sul senso della vita, niente ultimi desideri da realizzare: 50 e 50 risuona – certamente in modo diverso da spettatore a spettatore – per l’intensità delle prove dei protagonisti e perchè racconta il periodo della chemio di Adam, sospeso tra due percentuali crudelmente uguali, bloccato dalla rabbia, a volte sereno, più spesso rassegnato. Il ruolo di Seth Rogen non è solo quello di alleggerire la pillola. Il film è a tutti gli effetti una bromance (la scena in cui Kyle scopre il tradimento di Rachael è da antologia) e una realistica rappresentazione di una fraterna amicizia scossa da una situazione così drammatica, che si sa, tra maschi, un silenzio e uno sguardo complice valgono più di mille discorsi da film. Prenderla alla leggera, nascondere il dolore, magari litigare, concentrarsi sui dettagli del tutto inutili – tipo l’uso del rasoio prestato ad Adam – altra scena meravigliosa – o addirittura sfruttare la malattia per rimorchiare più facilmente.

50 e 50 è ispirato alla storia vera dello sceneggiatore del film, Will Reiser, che ha avuto al suo fianco durante il cancro, nel ruolo di Kyle, proprio Seth Rogen, che quindi interpreta un personaggio ispirato a se stesso.  E’ incredibile come Rogen stia peraltro dando progressivamente dignità alla propria carriera calando con successo il suo personaggio (che è sempre lo stesso) in film via via più seri e interessanti, riuscendo a togliersi la maschera del buffone restando un buffone (l’opposto di quello che sta facendo Jack Black, per esempio).  Avevo scritto, postando il trailer tempo fa, che, comunque fosse andata a finire, si sarebbe rischiato di scadere nella banalità. Salvare il protagonista o ucciderlo sono entrambe scelte per certi versi di comodo. In questo caso no, sia per il momento in cui il film si conclude, sia perchè arrivati alla fine non è tanto il calvario di Adam quello che interessa quanto la rete di relazioni e come essa sia sconvolta da eventi di tale portata. Joseph Gordon Levitt è perfetto nel contenere e rilasciare a piccole dosi tutte le sensazioni di Adam, dallo sgomento alla rabbia alla paura di non superare l’intervento chirurgico, ma il cuore del film è il rapporto tra Adam e Kyle, non la malattia del primo. Opposti e complementari, anche dal punto di vista fisico, i due affrontano insieme la paura della perdita aggrappandosi a tutte le piccole cose che li legano (o che li dividono). L’amicizia maschile è così, superficiale e indissolubile. 50 e 50.

 

 

Annunci