In Time

Time is on my side – yes it is” (The Rolling Stones)

Sì, dovete superare lo scoglio Timberlake, quell’orrenda sensazione innata di stare per vedere una cazzata solo perchè il protagonista è una pop-star. Vi aiuto. Cinque film non orribili in cui il protagonista è una pop-star: Men In Black, Labyrinth, Dancer in The Dark, Un Bacio Romantico, A Hard Day’s Night. Certo, nei miei esempi ci sono I Beatles e David Bowie, e fare una top 5 degli orrori sarebbe altrettanto facile (Crossroads con Britney Spears e quattro film a caso con Jennifer Lopez, per esempio), ma il blog è mio e quindi fidatevi: Justin Timberlake se la cava egregiamente. Non aver mai sentito un suo pezzo mi aiuta, in effetti.

Nei suoi tentativi di rappresentare i dilemmi della condizione umana , la fantascienza offre spesso degli inquietanti suggerimenti per eventuali strumenti di controllo e limitazione della libertà che – secondo me – solo una tecnologia non all’altezza impedisce a qualche capo di stato di mettere in pratica (ma da qualche parte, qualcuno se li sta segnando, ne sono certo). Altrimenti avremmo già sicuramente in giro replicanti, cloni da usare come riserve di organi, polizia pre-crimine e compagnia cantando. In Time di Andrew Niccol si inserisce in questo genere, presentando uno scenario distopico in cui l’equazione tra tempo e denaro è stata ridotta ad un’identità ed il tempo stesso è la valuta corrente. Distopia economica. Ci mancava.

In un futuro non troppo distante l’umanità è riuscita ad intervenire sul DNA per far sì che il processo di invecchiamento si arresti a venticinque anni e che da quel momento in poi, un conto alla rovescia visibile su un cronometro innestato sul braccio segni il tempo che manca alla morte: azzerato il conto alla rovescia, si passa a miglior vita. Per rimandare il fatidico momento, il tempo si può comprare, guadagnare o rubare: tutto si paga in ore, settimane, mesi o anni. Mentre i ceti sociali meno agiati vivono – letteralmente – alla giornata, guadagnandosi di giorno in giorno il tempo per superare la notte, i loro cronometri sempre prossimi allo zero, i ricchi accumulano secoli e vivono per sempre giovani, attenti solo a non morire di morte accidentale e gestendo il problema di un’eventuale sovrappopolamento programmando un periodico aumento del costo della vita che i meno abbienti non riescono a sostenere. I poveri meno fortunati, semplicemente, si azzerano, magari a causa di un contrattempo, e tanti saluti.

Il mondo è suddiviso in zone temporali rigidamente controllate e reciprocamente isolate, il cui numero di anni totali (cioè il capitale che gira) viene tenuto sotto controllo da un corpo di polizia che sostanzialmente garantisce che la suddivisione della ricchezza non cambi ed il flusso di valuta scorra sempre nella stessa direzione, ovvero ad aumentare il tempo dei cronometri dei ricchi.

In questo scenario inquietante, l’equilibrio viene rotto da Will Salas (Justin Timberlake, meno peggio di quello che uno potrebbe pensare), giovane operaio di in un ghetto, che – ricevuto in regalo un secolo da un milionario stanco di vivere – decide di farne buon uso e diventare una specie di Robin Hood temporale. Ruberà ai ricchi per dare ai poveri, mettendo in crisi l’ordine costituito per crearne uno più equo.

Lasciando perdere i dettagli di una trama che non è mai banale, ma che poteva essere anche migliore, il film del regista di Gattaca e S1mOne, ha diversi meriti. Innanzitutto, non cede mai alla gratuità di scene spettacolari, concentrandosi sull’essenziale e soprattutto sui risvolti delle azioni di Will. Inoltre, lascia un finale aperto, non tanto ad eventuali sequel quanto a più di una riflessione, non cedendo alla tentazione di trovare un lieto fine per forza.

L’idea di fondo è talmente potente che spiace non poter vedere di più di una società che ha fisicamente assimilato i concetti di tempo e denaro. E’ una chiara metafora della situazione mondiale e delle ingiustizie sociali, ma non c’è bisogno di un film per prendere coscienza del fatto che una società che permette a pochi di accumulare ricchezze che non potranno mai spendere e lascia molti a morire letteralmente di fame è ingiusta. In Time fa vedere solo un futuro in cui questa situazione è portata all’estremo: hai zero euro, sei morto. Ti dimentichi di fare il bancomat? Sei morto. Fai tardi? Sei morto. Perdi il lavoro? Muori tra pochissimo.

La domanda però è: la redistribuzione indiscriminata delle risorse sarebbe un bene? O porterebbe soltanto il sistema al collasso, senza benefici per nessuno nel lungo termine? Will Salas è un idealista sorretto da principi morali che non possono essere trasferiti con una stretta di mano come si fa con gli anni sul cronometro e le conseguenze delle sue azioni potrebbero avere effetti catastrofici. Altro merito del film è quello di non dare una risposta a tale quesito, ma di lasciarlo incombere sul futuro dei protagonisti (e fondamentalmente sul presente degli spettatori).

 Per esigenze di botteghino, il film è costruito con lo schema classico della caccia all’uomo: Salas diventa il nemico pubblico numero uno, rapisce una ricca ereditiera (Amanda Seyfried con chioma rossa) che diventa sua amante ed alleata, si mette contro la polizia che controlla il tempo (Cillian Murphy in versione Javert) ma anche contro i criminali che lo rubano, l’emozione è garantita dal tempo sul cronometro dei personaggi, che aumenta, diminuisce ed in più di un’occasione arriva pericolosamente vicino allo zero. Da un lato, il divertimento è garantito, dall’altro, con queste premesse narrative, si poteva fare molto di più, approfondire, uscire dagli schemi, esplorare le conseguenze delle azioni di Will su larga scala, anzichè mostrarle rapidamente nel finale e lasciarle intuire allo spettatore. Ci sono molte intuizioni visive e narrative interessanti: i combattimenti, la tendenza dei poveri a fare le cose di fretta,  le conseguenze del non invecchiamento fisico, l’apparente assenza di religione, il progresso tecnologico rallentato, come già visto in Non Lasciarmi.  Avrei voluto vedere di più, c’è materiale a sufficienza per giustificare prequel, sequel, midquel e spin-off. Non sono mai contento, è vero, ma stavolta è perchè mi sembra che mi abbiano portato via la bottiglia dopo avermi fatto assaggiare un ottimo vino.

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