Hugo Cabret

Non hai MAI visto un film??

Hugo (Asa Butterfield)  e Isabelle (Chloe Moretz) si intrufolano in un cinema dove si proietta un vecchio film di Harold Lloyd, “Safety Last“, e mentre il protagonista resta pericolosamente sospeso su una lancetta di un orologio, Maria Sole mi chiede come hanno girato quella scena (quella di Lloyd, non quella di Hugo Cabret). Non lo so, sparo “fotomontaggio“, ma resto a bocca aperta nel vederlaper la prima volta sul grande schermo e realizzo che il problema di oggi non è che la gente al cinema non riesce a tenere la bocca chiusa, ma che non riesce più a restare a bocca aperta (l’effetto sarebbe lo stesso, il giusto silenzio).

Ecco dove conduce Hugo Cabret, ultimo, atipico lavoro di Martin Scorsese. Dietro la storia che Scorsese si dava al 3D con un favola su un orfanello di Parigi doveva esserci qualcosa: troppo sospetto l’allontanamento dai suoi canoni narrativi e stilistici – siamo più dalle parti di Spielberg, in effetti, e le imponenti scenografie di Dante Ferretti non fanno altro che accentuare la sensazione di trovarsi in un mondo fiabesco, irreale. In nessun altro film di Scorsese un dodicenne potrebbe cavarsela da solo in una stazione di una metropoli conservando peraltro un inguaribile ottimismo sul mondo. Gli sparerebbero in faccia alla seconda scena.

Hugo Cabret, tratto dal romanzo di Brian Selznick, manomette pesantemente la storia originale semplicemente  modulando i tempi delle varie sezioni, in modo che quella che nel libro è la soluzione dell’enigma e la svolta finale, diventi nel libro l’apertura della seconda parte, ovvero quella che interessa davvero a Scorsese.

Si parla molto di magia e di meccanismi, in questo film per raccontare l’illusione dell’arte, creata dall’armonia tra creatività e tecnologia, che nel cinema ha trovato la sua massima espressione. Ecco, Scorsese ci illude di raccontare la storia del libro di Selznick per tre quarti di film, durante i quali la cosa più apprezzabile sono le scenografie ed un uso finalmente creativo del 3D, per arrivare dove vuole: alla possibilità di mettere in scena l’inizio del cinema fantastico, degli effetti speciali e dell’esplorazione del mezzo cinematografico dal punto di vista tecnico.

Per appassionati di cinema, la seconda parte del film è infatti una gioia: un 3D incredibilmente efficace e potente esalta una storia che racconta un cinema di epoche passate, dal punto di vista emotivo e tecnico, disseminando aneddoti, ricostruzioni e persino qualche sequenza  d’annata (Melies, Lloyd), in una reciproca esaltazione di estremamente vecchio ed estremamente nuovo. Scorsese maschera un documentario sugli albori del cinema da favola della buonanotte ed il lungo flashback finale rivela le intenzioni del regista: la storia di Hugo prende il pubblico (che col cavolo che sarebbe andata a vedere un vero documentario sul cinema muto) per mano – o per i fondelli – e lo conduce là, in quel punto dove il trucco si rivela.

Si esce dalla sala storditi da tanta ricchezza, quasi dimentichi della prima parte del film, lenta e trascinata, salvata solo da qualche guizzo registico. Asa Butterfield e Chloe Moretz recitano con l’entusiasmo dell’età e fanno il meglio che possono, ma il film si perde dietro troppe storie secondarie (peraltro, aggiunte rispetto al romanzo) che niente aggiungono all’insieme. A parte questo stacco netto ed un doppiaggio davvero poco felice, Hugo Cabret riesce comunque nell’intento quasi impossibile di dare dignità al 3D e con esso ricordare a cosa servono gli effetti speciali e perchè il cinema, alla faccia dei film tratti dalle storie vere, sia il luogo in cui si dovrebbe sognare ad occhi aperti ed esigere di restare senza fiato.    

 A proposito, secondo voi come l’hanno fatta? (prima guardate, poi pensate, poi leggete, poi chiudete la bocca…)

SAFETY LAST! (1923)

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Soluzione: in campo stretto, c’era una parete finta costruita su un tetto, comunque piuttosto alta (e Lloyd si arrampica pur non avendo il pollice della mano destra), in campo lungo nessun trucco…è una vera arrampicata per quattro piani, fatta da Bill Strother, famoso scalatore di palazzi a mani nude. Fotomontaggio una ceppa.

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