L’Arte di Vincere

A conti fatto, c’è poco da recensire. Moneyball – tradotto ad minchiam come al solito con L’Arte di Vincere – è un buon film, che più che raccontare una storia vera, spiega con una storia (quasi vera) una teoria valida, una teoria che – applicata per fare di necessità virtù, ha rivoluzionato il mondo del baseball americano. E come tutte le rivoluzioni, è finita come al solito: vince chi ha i soldi. Se più di uno ha i soldi, vince chi gioca meglio. Se in panchina hai Ranieri, perdi quattro a zero contro unaa squadra che ne ha presi quattro a Cagliari. La Scienza di Perdere, altrochè. Il titolo è tradotto ad minchiam perchè di artistico (nonchè di vittorioso) c’è ben poco: il manager degli Oakland Athletics Billy Beane (Brad Pitt veramente fuori ruolo, e fastidiosamente sempre con qualcosa da mangiare in bocca, in ogni singola scena) deve allestire la squadra con un budget ridotto, costretto a rinunciare ai giocatori migliori portati via da faraonici contratti verso le squadre più ricche. Combattere il sistema con le sue stesse armi significa perdere in partenza. Il suo giovane assistente Peter Brand (Jonah Hill) ha una teoria rivoluzionaria: che il sistema di scelta dei giocatori si debba basare su una visione complessiva della squadra, in termini di percentuali, e non di completezza dei singoli giocatori. In pratica: una squadra di ex giocatori, infortunati e scarti può vincere se le loro statistiche – sommate – dicono così.  In pratica, non è proprio così. Sennò l’Udinese vincerebbe lo Scudetto tutti gli anni.

Moneyball è un bel film sullo sport, anche se di sport giocato se ne vede pochissimo e questo è originale: il ruolo del manager è sempre stato oscurato  -almeno al cinema -da quello del campione o dell’allenatore, mentre è evidente che sia una figura indispensabile e spesso decisiva.

In Italia si potrebbe fare un analogo film: Moggiball, sulla grande trovata delle sim estere messa in campo dalla Juventus degli anni Novanta, una volta esaurita la scorta di Nandrolone. Certo magari Brad Pitt non sarebbe l’ideale nei panni di Lucianone.

PS Perfetto Philip Seymour Hoffmann che con poche scene e pochissime battute costruisce un personaggio incisivo, l’allenatore degli Atheltics che subisce la fantasiosa linea di condotta di Beane. La prova pessima di Brad Pitt (che mangia come un dannato ma la panza ce l’hanno Hoffmann e Hill) fa quasi tifare per il povero epigono di Ranieri che sbaglia sempre la formazione….

 

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