Shame

 

Ho appena finito di leggere Hugo Cabret di Brian Selznick, giusto in tempo per il film. E che c’entra con Shame di Steve McQueen, si chiederanno i più acuti. C’entra, perchè Hugo Cabret (il libro) è una dichiarazione d’amore nei confronti del cinema, o meglio della capacità del cinema di aprire le porte della fantasia dello spettatore, dando forma all’impossibile, al mondo dell’onirico e del fantastico.   

Agli albori del cinema si riprendeva la realtà, essendo la cattura stessa di un’immagine “viva” lo spettacolo incredibile da mostrare. George Méliès fu il primo ad intuire le potenzialità del montaggio e le possibilità narrative di un mezzo che poteva – e quindi doveva – creare ed alimentare un’illusione. Il cinema di George Méliès e Hugo Cabret sono intimamenti connessi, ma evito spoiler e passo al dunque.

La deriva di quella straordinaria intuizione, oggi, è nel cinema di massa, ma anche nei film di Terry Gilliam, di Sylvane Chomet, del giovane Tim Burton o di Spielberg ed è il cinema che inseguo da sempre e a cui questo blog si ispira. Shame invece fa parte di un’altra categoria. Forse discende più direttamente da quei primi esperimenti di cattura della realtà o dal cinema sporco e cattivo degli anni settanta (che poi sia stato proprio Martin Scorsese ad aver adattato Hugo Cabret è un corto circuito degno di nota):  non offre facili sponde allo spettatore, alienando il protagonista e complicando l’esercizio della visione in maniera quasi sadica: vedi la sequenza in cui Carey Mulligan canta New York New York, il prolungato primo piano di Micheal Fassbender alle prese con un duo multirazziale di prostitute, oppure i molti silenzi, oppure i primi due interminabili minuti in cui per riconoscere Fassbender ci vuole il consulto del suo andrologo. La prima domanda da porsi, PRIMA di vedere Shame (e ripeto PRIMA, non DURANTE) è se si accetti questo tipo di sfida (non a chi ce l’ha più lungo, tranquilli). La narrazione procede con ritmo irregolare (seguirla è come tentare di ballare un pezzo con ripetuti cambi di tempo), la macchina da presa è posizionata sempre in modo da suggerire –anzi, sottolineare – quel che sta accadendo fuori dall’inquadratura – soprattutto in termini di reazione psicologica dei personaggi. La seconda domanda da porsi, SEMPRE PRIMA di vedere Shame, è se interessa la storia di un malato di sesso rappresentata in chiave drammatica (per tutti gli altri, anche il personaggio di Ambra in Immaturi ne soffre). Sembra una domanda banale ma non lo è: l’argomento, in ogni caso, è scomodo, destabilizzante, soprattutto se non sdrammatizzato. Se la risposta ad entrambe le domande è un convinto SI’, allora Shame è un buon film e sicuramente un esperimento interessante. C’è qualche ingenuità (la prima che mi viene in mente è il casting di un sex symbol come Fassbender, che gira nudo per mezzo film…fallo fare a Paul Giamatti, il malato di sesso…) ma anche una regia evocativa ed elegante, pur se realistica ed esplicita, ed un casting eccezionale. Oltre a Fassbender, alle cui indiscutibili doti da attore con Shame se ne svela un’altra che ha fatto squittire molte signore in sala, Carey Mulligan finalmente offre un’interpretazione senza fossette degna del suo momento di (per me inspiegabile) gloria, rubando la scena fino al punto da portare il film quasi fuori pista. Nudo integrale anche per lei, ma sinceramente preferisco dimenticare.

 Il titolo del film fa riferimento alla mancanza di cultura, o semplicemente di abitudine, a considerare tale questa malattia, che pure risulta a suo modo invalidante sotto molti punti di vista e che le convenzioni sociali tendono a condannare più dell’adulterio (capolavoro a tal proposito la scena nell’ufficio del capo). Quello su cui McQueen si concentra è la sensazione di isolamento psicologico e continua frustrazione in cui si ritrova il malato, anche nelle occasioni in cui riesce a soddisfare la sua voglia. Tipo con una notevole bionda alla guida di una macchina sportiva che ti insegue fuori dal locale dove ti ha conosciuto fugacemente, ti carica in macchina, e poi inspiegabilmente si lascia trombare per strada dietro un vicolo, chiaramente senza protezione e persino contenta che sia soddisfatto solo lui. Ma una casa non ce l’avete? E nemmeno i sedili reclinabili? Oppure da quell’altra, sempre bionda ma meno notevole, che si ritira su le mutande non appena lui ha finito (piano sequenza, eh) e poi l’unico fastidio che sente è il gancetto del reggiseno. Praticamente un film porno è più realistico (e non mi fate spiegare come). Vabbè, sono le ingenuità cui accennavo, ci si passa sopra. Strano che manchi la scena di sesso in spiaggia dove alla fine a nessuno è entrata la sabbia nelle mutande. Se la saranno tenuta per la director’s cut.

 Shame non è certo il film da vedere se sono rimasti i posti solo per quello (sempre i più acuti avranno capito che tipo di persone avevo sedute nella fila dietro di me), nè il film da andare a rivedere se riesce in 3D tra dieci anni (ogni riferimento è puramente casuale), ma risulta un’esperienza complessa anche se si è consapevoli, sia dal punto di vista intellettuale che squisitamente cinematografico. Gratificante? Non so, però mi dà fastidio il gancetto del reggiseno.

p.s. la frase del film:  “le donne in tailleur mi fanno impazzire“. Certo il fatto che la donna in tailleur sarebbe risultata gnocca pure vestita da Super Mario aiuta. 

Annunci