Il figlio di Babbo Natale

Il figlio di Babbo Natale è il calcio d’angolo con cui – abbastanza sorprendentemente – si salva l’animazione quest’anno. Gli Aardman Studios sono gli stessi di Wallace And Gromit e Galline in Fuga, perciò le aspettative erano tutt’altro che basse: il soggetto però – la famiglia di Babbo Natale – non induceva grandi speranze, essendo anche stato usato più o meno male di recente in varie situazioni.

La trama: Babbo Natale, aiutato da un plotone di elfi militarizzati ed efficientissimi, consegna i regali in tutto il mondo grazie alla tecnologia messa a punto da suo figlio Steven, che ha mandato in pensione slitta e renne per affidarsi ad astronavi, GPS e sistemi automatizzati e che si appresta a raccogliere l’eredità paterna. La famiglia si completa con la moglie di Babbo Natale (la grande donna dietro il grande uomo), Nonno Natale (ex Babbo a sua volta, nostalgico e polemico nei confronti della tecnologia) e Arthur, secondogenito impacciato e ingenuo, sopportato con malcelato fastidio persino dagli elfi, unico rimasto a credere nella magia del Natale, ma non considerato per la successione. Per un errore di sistema, una bambina viene lasciata senza regalo. Per Steven è una percentuale d’errore tollerabile, per Babbo, ormai vecchio e rincoglionito, è un dispiacere ma nulla su cui non si possa dormire. Per Arthur, è un’intollerabile mancanza, qualcosa a cui porre rimedio a tutti i costi…

Sebbene la storia non sia originalissima – ed il finale sia scontato sin dai primi cinque minuti – Il figlio di Babbo Natale è un film sincero e ricco di trovate meravigliose (i primi dieci minuti, con la consegna dei regali sono una sequenza da applausi che vorrei rivedere a rallentatore per godermi tutti i particolari) dal punto di vista narrativo e visivo, che non risparmia intelligenti inside joke (quello sulla crisi missilistica di Cuba fa vergognare tutti gli sceneggiatori Dreamworks) per gli adulti che si avventurano nella visione.

Il figlio di Babbo Natale è un film completamente girato in CGI ed in 3D, ma gli Aardman Studios sono diventati celebri con l’animazione a passo uno di pupazzi di plastilina costruiti a mano. Dopo i primi successi sotto l’egida Dreamworks, qualcosa si è rotto ed oggi la produzione è Sony Columbia. C’è palese una vena polemica nei confronti dei precedenti partner: Il figlio di Babbo Natale può essere tranquillamente letto in chiave metaforica, con i vari “approcci” al Natale dei membri della famiglia che rispecchiano quelli all’animazione dei vari studi americani. In particolare, il confronto tra la tecnologia di Steven (che usa termini come “Natalizzare un paese” e scambia le persone con le percentuali) e lo spirito genuino di Arthur è chiaramente il riflesso del confronto tra la Aardman e la Dreamworks, evidentemente ritenuta colpevole di aver dimenticato che l’obiettivo dell’uso di una tecnologia sempre più avanzata deve rimanere quello di fare un buon film, non solo la moltiplicazione esponenziale degli incassi. Se Nonno Natale sia i Walt Disney Studios è secondario, ma la metafora tiene anche in quel caso: non ne azzecca una da anni e se ci prova fa un gran casino, nonostante le intenzioni.

Usare Babbo Natale per fare polemica, poi, è un colpo (basso) da maestri.

In definitiva, un gioiellino di animazione nascosto negli spettacoli pomeridiani, da scoprire. Se vincesse l’Oscar in faccia a Cars 2 e Kung Fu Panda 2 sarebbe strameritato.

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