Le Idi di Marzo

 

Le Idi di Marzo, che i multisala snobbano in favore di cinepanettoni e cinepieraccioni, nonostante un cast di qualità e quantità (Clooney, Ryan Gosling, Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Evan Rachel Wood), è un thriller politico intelligente, il massimo che Hollywood possa offrire ad un dibattito sulla questione morale. Spara alto, Clooney: i candidati democratici alla Presidenza degli Stati Uniti, ovvero, dal punto di vista di un americano democratico impegnato, il massimo che la società dovrebbe esprimere, la guida del pianeta Terra, l’uomo da piazzare su un caccia se arrivano gli alieni il 4 luglio, vabbè… ci siamo capiti. Il nostro sistema politico è più simile ad un circo, ad un varietà televisivo, in cui lo stesso concetto di democrazia è oggetto di dibattito. Noi,  contro gli alieni, manderemmo la troupe di Verissimo a reti unite con Porta a Porta (plastico dell’astronave in studio). Potrebbe sfuggire dunque il punto di vista da cui parte l’ex dottor Ross, che si rivolge prima e soprattutto ai suoi compatrioti e mostrare un “dietro le quinte” così poco edificante potrebbe sembrare qualunquismo o ricordare l’autolesionismo tipico della sinistra italiana. La questione in realtà non è accusare i politici americani:  Clooney si chiede se il fine giustifichi i mezzi, se c’è modo di vincere per tutti anche a costo di sacrificare i propri principi ed i propri ideali e lo fa mettendoci la faccia e soprattutto raccontando della sua stessa parte politica (d’altra parte attaccare i Repubblicani su questo terreno sarebbe stata tautologico e meschino). La messa in scena di un duello senza esclusione di colpi per le Presidenziali fa semplicemente da cassa di risonanza.

Ryan Gosling, in un ruolo ritagliato per Di Caprio – che per altri impegni si è dovuto limitare a produrre – è il brillante addetto stampa del Governatore Mike Morris (George Clooney), in corsa alle primarie dei Democratici per la Presidenza. La lotta intestina al Partito, tra colpi bassi, ricatti e compromessi, pone i due personaggi principali di fronte ai propri limiti morali e alle contraddizioni di un modello democratico che tradisce i propri principi mentre li dichiara, anzi: allo scopo stesso di poterli mettere in campo. A farne le spese – sempre –è il più debole, ruolo che passa di mano in mano come in un gioco di società, in cui perde chi non è in grado di passare il cerino. Il candidato dei Democratici. Ma anche il capo ufficio stampa. Ma anche la stagista. Nessuno è indispensabile, nessuno è senza peccato, nessuno molla la presa, nessuno vuole uscire di scena: gli elettori, la missione, il paese, vanno progressivamente sullo sfondo mentre Clooney fa cadere il velo e punta il dito su quello che intende davvero raccontare, proseguendo nel suo percorso autoriale di impegno civile. Ci scappa il morto ed il finale è tutt’altro che rassicurante, ma sono dettagli narrativi, necessari per far scorrere in un lampo un film che rischierebbe altrimenti di incartarsi.

I  personaggi di Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman sembrano usciti da Sesso e Potere di Barry Levinson, ma nel contesto de Le Idi di Marzo assumono un ruolo diverso: la politica per loro è un mestiere che non ha nulla a che fare con gli ideali; per loro non c’è alcun dilemma morale da affrontare. Sono la chiave di un eventuale successo, sono il male necessario di cui George Clooney si chiede se si possa fare a meno. La scena finale rivela che fornire una risposta è meno importante che sollevare la domanda e Clooney, giustamente e furbamente, rinuncia ad abusare della sua posizione confezionando una soluzione precotta o imponendo la sua visione. Poco americano, a conti fatti. Applausi.

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