Il Gatto con gli Stivali

 

Sono tempi duri per i classici. I Tre Moschettieri diventa steam-punk, Teseo deve combattere contro delle sceneggiature che lasciano di sasso neanche fossero la Medusa, Sherlock Holmes è ridotto a un pagliaccio al rallentatore da Guy Ritchie, Alice viene stuprata da Tim Burton, e persino in 3D, i Puffi vengono prima riempiti di anabolizzanti da James Cameron in Avatar e poi tridimensionalizzati senza ritegno. Attendiamo fiduciosi, a questo punto, un remake de I Promessi Sposi in salsa pulp da Rai Fiction.

Non fa eccezione il Gatto con gli Stivali made in DreamWorks (che farebbe meglio a cambiarsi il nome in MoneyWorks), che, lasciato Shrek alle sue beghe coniugali – sono tre film che ce la menano – si prende un film tutto suo, che in realtà precede il suo incontro con l’orco verde. Della fiaba classica di Perrault resta poco e niente: il Gatto (Antonio Banderas) è coinvolto dal suo vecchio amico di infanzia Humpty Dumpty nella ricerca dell’Oca dalle Uova d’Oro in una landa fantastica a metà tra Spagna e Messico, unico caso di film costruito intorno all’accento del doppiatore del personaggio. Immancabile quanto inutile, la controparte femminile del gatto, Kitty Softpaws (Salma Hayek), così anche le bambine comprano l’Happy Meal, ma ancora più immancabili le scene di ballo, triste balzello da pagare ormai in ogni film d’animazione (e non solo, vero, Cotroneo?) che resta a corto di idee  per riempire i minuti programmati:  ne Il gatto con gli Stivali ce ne sono addirittura tre.

Detto ciò, e sorvolando sul curioso adattamento italiano in cui il Gatto è l’unico a parlare con l’accento spagnolo in un paese spagnolo – Dreamworks mostra i muscoli sul versante tecnico: ottima l’animazione, suggestive le ambientazioni, persino il 3D è più convincente del solito. L’universo della storia è quello di Shrek, ma è privo dello spirito che lo pervadeva ai tempi degli esordi: non c’è traccia della carica iconoclasta del primo Shrek o della satira hollywoodiana di Shrek 2 : lo stesso gatto era un’indovinata auto-parodia di Banderas, che aveva da poco interpretato Zorro. Resta solo il celebre sguardo del Gatto, di cui in questo film si fa un abuso sospetto  ma che intenerisce la diversamente intelligente seduta dietro di me, che non può fare a meno di liquefarsi ogni santa volta con squittii imbarazzanti persino per una dodicenne e che mettono in dubbio la liceità di anni e anni di battaglie per le pari opportunità. Era carino la prima volta, ma sono anche passati quasi dieci anni.

 Il Gatto con Gli Stivali è un film che mira basso e centra il bersaglio: il target di riferimento sono gli undici anni, età anagrafica o mentale che sia. E’ un film che si prende sul serio e sbaglia, perchè è costruito con un’equazione matematica che sembra uscita dallo stesso software che produce l’animazione, e che impedisce, a conti fatti, di cadere nell’illusione e di credere alla favola anche solo per un attimo. Shrek, quello vero, lo avrebbe fatto a pezzi a suon di rutti.

 

Annunci