Midnight in Paris

Esce oggi Midnight In Paris, che ho visto a Parigi (!) diversi mesi fa e che per i soliti misteri della distribuzione italiana ci ha messo mesi e mesi per arrivare in sala, finendo in diretta competizione con Fabio Volo che recita nel film tratto dal suo stesso libro. Se il film di Volo tratto dal libro di Volo fa più soldi di Allen, andiamo ufficialmente in default culturale.

Il Woody Allen dell’ultimo decennio è così: un’alternanza meccanica di film ottimi e discrete cagate (l’ultimo, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni era così triste che non ce l’ho fatta neanche a scrivere due righe) , incentrati su una di due visioni opposte della vita, un cupo nichilismo materialista o un fiducioso ottimismo nella natura umana (Whatever Works). Questi due poli esistenziali non sono più, come ai bei tempi, i cardini su cui costruire un’antitesi narrativa ed ideologica, che sublimi la nevrosi in commedia. Allen sceglie (a seconda dell’umore, mi sa) o l’uno o l’altro e lascia che il film si scriva da solo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti: per trovare l’antitesi alla tesi del film, bisogna aspettare il film seguente (o riguardarsi il precedente). Lo psicanalista, non a caso, non trova più spazio: la visione della vita è monocromatica. O bianca o nera.

Come ai bei tempi“. Ecco, Midnight in Paris parla proprio di questo: uno scrittore americano, Gil, (Owen Wilson, bravissimo) , durante un terribile soggiorno a Parigi con la famiglia della sua fidanzata, si trova misteriosamente catapultato negli anni Venti ogni sera e si trova a contatto con artisti come Hemingway, Picasso, Dalì: l’epoca in cui avrebbe voluto vivere si schiude per incanto ogni notte tra i vicoli di Parigi, culla della cultura del ventesimo secolo, sogno proibito di un aspirante scrittore frustrato dalla mediocrità hollywoodiana contemporanea.  Adrien Brody nei panni di Dalì e la scena al tavolo con i surrealisti valgono  l’intero biglietto (Fabio Volo, come rilanci?) e sono il miglior Allen comico da tanti anni a questa parte, ma il messaggio è chiaro, anzi, viene reso manifesto nell’ultima parte, quando un doppio salto temporale porta il sempre più frastornato Gil fino alla Belle Epoque di Toulouse Loutrec e Degas. Non stiamo a spoilerare troppo: il messaggio di Allen è un invito che il maestro Yoda avrebbe condiviso.

 Soliti errori di montaggio, fretta ed eccessi di riprese da ufficio della pro loco per una volta si possono perdonare: il maestro è in gran forma, chapeau.

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