Melancholia

Melancholia inizia con un gran finale: il pianeta gigante Melancholia travolge e distrugge la Terra, mentre le note di Wagner accompagnano immagini suggestive ed oniriche di due donne e un bambino che assistono allo spettacolo della fine del mondo.

Con questo elegante prologo auto-spoiler, Lars Von Trier sembra indicare che non sarà lui a consolare gli orfani di Roland Emmerich, che per quest’anno ha risparmiato la Terra dall’ennesima catastrofe per dedicarsi alla distruzione di Shakespeare in Anonymous. Melancholia non appartiene al genere dei disaster movie, evidentemente va cercata una chiave di lettura metaforica, se si riesce nell’impresa di sopravvivere alla noia e alla nausea causata da un utilizzo criminale della macchina da presa.

L’antitesi tra le due sorelle protagoniste è l’asse portante di un film suddiviso didascalicamente in due capitoli, intitolati con i due nomi dei personaggi interpretati da Kirsten Dunst (Justine) e Charlotte Gainsbourg (Claire):  una umorale, egocentrica, imprevedibile, l’altra maniaca del controllo, attenta, equilibrata. Lo stile con cui Von Trier filma i due capitoli riflette una suddivisione che è giustificata narrativamente solo in parte (essendo Justine e Claire i personaggi principali di entrambi i capitoli): macchina a mano e movimenti frenetici nella prima parte assecondano gli sbandamenti umorali di Justine, una regia più controllata ed una fotografia virata su tinte fredde nel secondo capitolo introducono l’universo emotivo di Claire.

Nel primo capitolo  (“Justine”) lo sfarzoso ricevimento del matrimonio di Justine è rovinato dall’atteggiamento insofferente della sposa, che mette a nudo con il suo comportamento la banalità di certe usanze e quanta importanza abbiano, nei rapporti umani, anche in quelli familiari, convenzioni sociali svuotate di valore. Nel secondo capitolo (“Claire”), la residenza di Claire è di fatto il teatro della fine del mondo, la cornice naturale perfetta per assistere allo spettacolo. L’isolamento dei protagonisti dal resto del mondo è una forzatura narrativa voluta per accentuare la dicotomia tra Justine e Claire quali rappresentanti dell’umanità.

La rivelazione che Justine fa a Claire verso la fine rivela l’essenza divinatoria del prologo, giustificando il suo atteggiamento al matrimonio ed il suo conseguente stato di apatia. Anche in questo caso, va cercata una chiave di lettura: Justine, che sembra inizialmente semplicemente il personaggio più debole ed instabile, vede le cose da un punto di vista diverso. La vita sulla terra ruota intorno agli affanni di esseri cosmicamente insignificanti. Mandare all’aria un matrimonio ( o fare dichiarazioni filonaziste al Festival di Cannes), in quest’ottica, non sembra tanto importante. Il nichilismo senza via di fuga di Von Trier prende la forma di un pianeta, la fine della vita umana si concentra in un momento, ma il senso è chiaro. Fin troppo, forse.  Sarebbe bastato molto meno, tipo un meteorite, per spazzare via la vita dall’Universo, ma non è certo una questione scientifica, nè tantomeno spettacolare: Melancholia rappresenta uno stato d’animo di consapevolezza universale che disintegra l’affanno della condizione umana, per sua natura legata alla Terra. La portata di un’illuminazione del genere è proporzionale alla dimensione del pianeta che, evitati elegantemente Mercurio e Venere, punta la Terra quasi consapevolmente.

Mentre la suggestione della potenza delle immagini si affievolisce, resta la sensazione di essere stati ingannati. Von Trier dimostra la sua tesi nella maniera sbagliata. Agli esami di Ingegneria, solitamente, un procedimento erroneo invalida un giusto risultato. Sarà deformazione professionale, ma sinceramente dimostrare che il mondo merita di essere travolto da un pianeta talmente stronzo che prima di travolgerlo gli fa anche un giro intorno, mostrando unicamente le vite di due sorelle troppo ricche per lavorare, isolate in una tenuta di campagna con campo di golf annesso, non solo non mi convince, mi fa anche un po’ incazzare. La misantropia di Von Trier si scaglia nel primo capitolo del film contro un’umanità frivola e meschina (ben rappresentata dagli ospiti del matrimonio), mentre nel secondo capitolo, quello in cui si assiste all’arrivo di Melancholia, in scena ci solo sono quattro personaggi. In nessuno dei due casi il campione mi pare rappresentativo. Il regista danese non sembra nutrire fiducia nei confronti della natura umana: un pessimismo materialista permea le sue opere (almeno quelle che ho visto io), e si tratta fondamentalmente di essere d’accordo o meno con una condanna che non ammette e non cerca discussioni, ma rappresentare in maniera così parziale la varietà della natura umana è un modo per inquinare le prove, una truffa bella e buona. La messa in scena è un’altro discorso, e Melancholia (come Dancer in The Dark, come Dogville e Manderlay) vale il prezzo che fa pagare in termini di noia, nausea e pretestuosità. Occhio ad addormentarsi però: come il piccolo Leo che si perde la splendida alba di Melancholia, chi cede al sonno si perde un nudo integrale di Kirsten Dunst che più gratuito non si può.

Comunque io l’ho visto, Melancholia veniva da destra.

 

Annunci