Le Avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno

Il bambino seduto dietro di me che accartocciava ripetutamente la bottiglietta vuota  senza che il padre gli dicesse di smettere (indovinate chi ci ha pensato…) sarebbe entrato di diritto nella folta schiera di scassacazzi  che turbano le mie sortite cinematografiche, se non fosse che, a conti fatti, mi è servito parecchio.  Mi è servito a capire che Tintin – Il segreto dell’Unicorno è un film che non è stato pensato per me, che sbadigliavo, ma per lui, che si sganasciava elettrizzato. Mentre guardavo compiaciuto un uso dell’animazione e della performance capture assolutamente straordinario e degno di un grandissimo regista come Spielberg, non potevo fare comunque a meno di constatare che a me Tintin sta decisamente  antipatico e che non vedevo l’ora che il film finisse. Sarà che il fumetto mi ha fatto addormentare in aereo – impresa ardua – , sarà che mi ricorda vagamente Topolino per saccenza, sarà che il character design di Tintin è il meno convincente di tutti, insomma, non mi sono divertito molto.

Altra cosa che non mi è piaciuta (ma che rispetto) è il voler restare fedeli all’umorismo slapstick ed al linguaggio anni quaranta delle strisce originali. Tintin esclama “Sacripante!” e io vorrei morire, ma la filologia è salva.

Dietro quest’adattamento delle avventure di Tintin c’è la collaborazione tra Peter Jackson e Steven Spielberg. Il primo produce e ci mette la sua esperienza con il mo-cap, il secondo dirige e ci mette la sua esperienza da regista di film d’avventura. Il risultato non mi ha entusiasmato, ma riconosco che appartiene ad un genere di cui auspico il ritorno da anni, anche se non è più per me: un cinema per ragazzi diretto e sincero, appassionante e divertente, che si prenda il rischio di escludere a priori dal proprio pubblico gli adulti. Continuerò a preferire i Goonies a Tintin, ma è solo una questione affettiva.

La struttura della storia è identica a quella di un qualunque Indiana Jones, con tanto di sortita in Medioriente ed inseguimento tra i vicoli, il regista è lo stesso di Indiana Jones, il compositore anche.  Se volete sapere come sarebbe Indiana Jones senza Harrison Ford, accomodatevi in sala. Spielberg è sicuramente in gran forma, per il suo esordio stereoscopico e animato: le scene di inseguimento sono spettacolari, così come i momenti di delirio di Haddock (Andy Serkis, ma in italiano è Francesco Pannofino, anzi, Renè Ferretti) che trasformano il deserto in oceano e la base della Legione Straniera in un galeone. Un manuale di cinema di intrattenimento che andrebbe fatto vedere al regista di Indiana Jones e il regno dei Teschi di Cristallo. Ah, già.

Il livello di fotorealismo è straordinario, soprattutto perchè dosato con un character design che riesce a rispettare quello di Hergè, ma aggiungendo una dimensione (che forse è una di troppo per i puristi). Tra tutti, quello che funziona meno però è proprio Tintin, più simile a Jamie Bell (che lo interpreta) che al suo originale cartaceo (al contrario di tutti gli altri). Con quegli occhietti azzurri tagliati, è ancora più antipatico e saccente.  Inoltre, lo stile di Hergè consente di mascherare dietro occhi piccolissimi l’annoso problema della performance capture. Guardano tutti nel vuoto, solo che qui non si vede (a parte Tintin, appunto).

Sono uscito dal cinema valutando l’ipotesi di non dare neanche una chance al seguito diretto da Peter Jackson (che qui produce) ma soprattutto chiedendomi se la performance capture sia davvero una strada virtuosa, solo una moda o una pericolosa deriva. L’animazione si riduce a cambiare i lineamenti degli attori e il cinema fa un altro passo verso un’arte basata sui processori invece che sull’estro umano.  Lucas ha creato una galassia con dei modellini filmati in un garage e lo stesso Spielberg faceva atterrare astronavi già trent’anni fa, quando non esisteva nemmeno Windows. Se la performance capture interessa alcuni elementi del film (Gollum, i Na’Vi), può avere senso, ma per un film intero, non è meglio operare una scelta tra animazione tradizionale (magari digitale) e ripresa dal vivo? Paradossalmente, un film come Tintin, visivamente e tecnicamente ineccepibile, ma che decide di rompere nettamente con lo stile pulito dell’opera originale pur restando in un contesto di animazione, rappresenta il miglior esempio per riflettere. Un lungometraggio animato di Tintin realmente fedele allo stile di Hergè o una sua trasposizione con recitazioni dal vero avrebbero migliorato il risultato finale de Il Segreto dell’Unicorno? Ci sto ancora pensando, ed è già una risposta.

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