Restless

Cosa non mi è piaciuto di Restless: il titolo italiano L’amore che resta, figlio di due pessime usanze, ovvero l’inserimento della parola AMORE nel titolo, assolutamente obbligatoria, pare, se la storia parla (anche) di una relazione amorosa e la desueta regola dell’ASSONANZA. Nel caso specifico, tra restless e il verbo restare. Poi il doppiaggio: sentire Eleonora De Angelis doppiare con la stessa identica intonazione, enfasi ed espressione con cui doppia Jennifer Aniston un personaggio non solo molto più vecchio ,ma anche molto diverso mi ha fatto precipitare nuovamente nella solita sensazione di avere qualcuno (nel caso specifico, Rachel di Friends) che mi parla sopra le battute dell’attore.

Si parla tanto di scuola di doppiaggio italiana, a me sembra che ormai si debbano vergognare e basta.

Insomma, siamo alle solite. Il pubblico italiano viene trattato come una massa informe di subnormali da infinocchiare come meglio si può. Certo, il film di Boldi ha portato in sala quasi trecentomila persone (di cui il paese non sentirebbe la mancanza, probabilmente) e questo avvalora l’ipotesi della subnormalità, ma mi chiedo perchè io – e tutti quelli come me e, soprattutto, gli autori delle opere che vengono storpiate – non possiamo avere rispetto. Domanda retorica ma neanche tanto, considerando quanto spendo io mediamente al cinema all’anno e quanto spende lo spettatore medio di Boldi, che ha visto drammaticamente raddoppiare il budget che dedica al cinema da quando Cipollino non passa più il Natale con De Sica.

Ecco. Tutto ciò che resta, in Restless (ops), è incantevole. A cominciare dal brano scelto per l’inizio del film, “Two Of Us” – che, come Somewhere Over The Rainbow in Milk –viene in qualche modo traslitterato, pur sortendo quell’effetto di familiarità che predispone lo spettatore ad aprirsi ad una tematica scomoda ed universale che non può essergli estranea, ma che difficilmente appartiene allo stato d’animo con cui si entra in una sala cinematografica.

Lo stesso senso di rimpianto che nella canzone di McCartney accompagnava i titoli di coda del suo rapporto artistico e umano con John Lennon nel 1970 (purtroppo, anche in quel caso, a Lennon restavano meno anni da vivere di quanti ne avesse passati con McCartney) qui serve ad introdurre dolcemente la breve storia d’amore di Enoch (Harry Hopper, copia di suo padre) e Annabel (Mia Wasikowska), quasi anticipandone il contenuto, come se fosse stata scritta appositamente. Che anche in questo caso il “terzo incomodo” sia giapponese, per inciso, è un buffo caso (?).

E come una canzone dei Beatles non riesce ad essere mai del tutto triste, anche il film di Gus Van Sant si muove in una dimensione di elegiaca leggerezza che ricorda tantissimo un romanzo di Banana Yoshimoto, per il minimalismo estetico, i temi trattati e la delicatezza nel dosare elementi comici , grotteschi e drammatici con lo stesso registro.

Restless è un film che racconta una sospensione: spaziale, con l’ambientazione in un’astratta periferia americana, e temporale, con lo scorrere del tempo che diventa non lineare, ingannato da un amore inatteso, tra l’inizio e la fine di un conto alla rovescia. La sensazione è quella di essere in una dimensione non più terrena, ma non ancora ultraterrena, dove elementi di entrambi i mondi (il darwinismo e i fantasmi) si amalgamano dolcemente per facilitare il passaggio, sia a chi va, sia – soprattutto -a chi resta. Le numerose, meccaniche, funzioni funebri che si vedono nel film accentuano un altro aspetto, forse secondario: l’assenza totale di religiosità, elemento apparentemente non necessario all’equilibrio tra la dimensione spirituale e quella materiale.    

Gus Van Sant gioca sull’equilibrio degli opposti: il più evidente, la complementarietà degli stessi protagonisti – Enoch,  introverso e scontroso  “funeral crasher” che ha rinunciato a vivere e non è più materiale del fantasma con cui si accompagna, Annabel vivace , estroversa ed allegra, per nulla arrendevole nonostante il terribile fato che incombe. Non è però nella (abusata) morale del capire il valore delle cose solo quando sfuggono dalle nostre mani il senso di Restless, quanto nel tendere la mano verso il proprio opposto per abbracciare una completezza che ci può pacificare e realizzare, indipendentemente dal tempo che abbiamo, e che solo in certi casi è noto.  

Ripeto qualcosa che ho già scritto: non c’era cosa peggiore, a scuola, di uccidere una poesia riversandola in prosa. Scrivere troppo di questo film (cosa non difficile) produrrebbe lo stesso effetto, quindi non mi dilungo oltre: un film su una persona che muore giovane di cancro e per di più all’inizio di una storia d’amore può essere una trappola letale se ci metti, ad esempio, Keanu Reeves e Winona Ryder (o era Richard Gere? Keanu Reeves era un altro film,mi sa…), per dire, in autunno a New York. Il ricatto psicologico e la retorica della morte però sono estranei a Restless (anzi, vengono apertamente sbeffeggiato in una riuscitissima sequenza a metà film) e l’ultima, bellissima, scena riassume senza parole la riflessione che Gus Van Sant ci offre sul tema della mortalità e del distacco e che mette il sigillo al film. Non era farci piangere, il suo obiettivo e per questo lo ringraziamo, asciugandoci gli occhi.

 

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