This Must Be The Place

E’ stato molto interessante avvicinarsi a This Must Be The Place sentendo pareri, più o meno autorevoli, fortemente contrastanti. Bufala, capolavoro, freddo calcolo acchiappa premi: la cosa certa è che, dopo Il Divo, si aspettasse Paolo Sorrentino al varco, sperando o temendo che il salto di quantità (in termini di budget probabilmente il cachet di Sean Penn costa quanto la metà dei film girati sinora dal regista napoletano) lo portasse a rinnegare la sua cinematografia, un po’ come fece a suo tempo Gabriele Muccino andando in America. Dove riuscì nella ardua impresa di peggiorare.

Invece, dietro il mascara ed il look alla Robert Smith, dietro le movenze rallentate alla Ozzy Osbourne (quello del telefilm), Cheyenne/Sean Penn è l’ultima versione, quella da esportazione, del tipico protagonista sorrentiniano: altezzoso, pungente, non simpaticissimo, distaccato, privilegiato e -per certi versi – potente. La mano di Sorrentino guida sicura il film, con i suoi virtuosismi, i suoi infiniti piani sequenza belli e pleonastici, i suoi tipici interni cupi, la centralità del protagonista e la storia della sua insperata occasione di redenzione (forse solo all’ Andreotti de Il Divo non è stata concessa, a meno di non considerare tale il monologo finale). La prima metà del film ci presenta il mondo di Cheyenne, rock star in esilio volontario, intrappolato dai sensi di colpa (il motivo è presto svelato, ma qui non si fanno spoiler) nel look che aveva a vent’anni, che tenta di espiare autoinfliggendosi una vita di routine in Irlanda e circondandosi di persone deprimenti, unico appiglio per la sanità mentale la radiosa moglie (Frances McDormand).

La morte del padre con cui non parla da trent’anni è l’occasione per Cheyenne di ritrovare uno scopo, nella seconda parte del film: dare la caccia al nazista che umiliò il padre ad Auschwitz e che il genitore non aveva fatto in tempo a scovare.

A questo punto del film, si può scegliere la lente con cui continuare a guardare: questo è il momento meno sorrentiniano di tutta la filmografia di Sorrentino. Cheyenne viene catapultato in un road movie per le strade meno battute (ma ormai abusate nei film) d’America, da New York verso ovest, alla ricerca dell’aguzzino di suo padre e (ovviamente) di se stesso. Se scegliete il disincanto, allora potete contestare a Sorrentino di essersi rifugiato in tutti, ma proprio tutti, i luoghi comuni dei film americani con l’intento neanche velato di andare a dama la notte degli Oscar. Olocausto, caccia ai nazisti, road movie, scoperta di sè, illuminanti incontri lungo le immense autostrade americane, la provincia dimenticata, gli americani amanti delle armi e quelli amanti del denaro, qualche scena strappalacrime, il cameo del musicista famoso, il lieto e rassicurante finale, un umorismo efficace ma spesso fine a se stesso.

L’altra modalità è quella di credere nel disincanto di Sorrentino stesso: per la prima volta il suo protagonista è anche evidentemente un uomo tormentato e fragile, a cui la speranza di redenzione non cade dal cielo ma si presenta come una scelta, come un nuovo scopo. Per non lasciarsi tentare dalla retorica, però, Sorrentino sceglie volontariamente di articolare il road movie come un percorso a tappe tra i topoi più consunti della cinematografia americana, permettendo a Cheyenne di mantenere, mentre procede verso la sua maturazione, la sua posizione di manifesta superiorità nei confronti del mondo. E’ facile perdersi con lo sguardo nei paesaggi mozzafiato dell’America centrale, ma a Sorrentino le cartoline non interessano. Da New York ad uno chalet isolato sulla neve dello Utah, il processo di continua rarefazione dell’ambiente circostante riflette il percorso di crescita di Cheyenne, che riesce a mettere a fuoco e dominare i suoi tormenti interiori, seppur nella forma di un ex nazista novantenne.

Sean Penn e Frances McDormand sono due tra i migliori attori in assoluto, e mentre la prova di Sean Penn sta tutta nelle sfumature con cui costruisce un’ indimenticabile pop star tramontata e triste, un po’ spiazzante con quella vocetta stridula e quella gentilezza inframezzata da scatti nervosi, Frances McDormand incanta come al solito con un personaggio ironico, positivo, complementare al marito. Che faccia il pompiere a Dublino, è un altro tipico tocco del surrealismo sorrentiniano.

Allontanadosi il regista dai suoi luoghi e dai suoi tempi, soprattutto in fase di scrittura, qualche cosa non gira come dovrebbe, da qualunque punto si scelga di guardare. Alcuni elementi della trama sembrano superflui o lasciati troppo presto scomparire, mentre il viaggio interiore di Cheyenne resta un po’ troppo sotto al fondotinta perchè lo spettatore possa coglierne i segni prima del suo compimento. Non sempre l’ellissi funziona, anche se è evidente che Sorrentino punti alla suggestione, a raccontare per immagini e musica, più che per parole (non a caso i suoi proptagonisti sono per lo più afasici quando non hanno motti arguti da sputare in faccia ai loro interlocutori). La musica di David Byrne, che nel suo cameo regala un’intensa performance della canzone che da’ il titolo al film, e che viene poi ripresa in diverse versioni, accompagna il film come una voce narrante, ma è nel primo verso di This Must Be The Place che si nasconde la guida per il film: “Home/ is where I want to be“. A Cheyenne serve arrivare nello Utah per capirlo e liberarsi del fardello che si trascina in forma di carrello della spesa o di trolley, prima di tornare, alleggerito (ed è l’ultima sorpresa del film scoprire come) a casa.

Il Divo era più geniale, corrosivo, coerente. This Must Be The Place funziona molto bene in tutte le sue parti e meno, forse, nel complesso. Che sia un difetto o un’evoluzione di Sorrentino verso una forma di cinematografia che privilegi la forma al contenuto come veicolo del messaggio, solo il tempo lo dirà.

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