Tomboy

 

Tomboy è un bel film. Uno di quelli che sei contento di aver visto al cinema, perchè in tv non lo vedresti mai (film francese? Che palle, che fanno su FOX?). Uno di quelli che ti fa capire che, in Italia, film così non ne vedremo mai: una bambina che si finge bambino, chiaramente manifestando una natura omosessuale in età preadolescenziale. Probabilmente al giorno d’oggi neanche Lady Oscar ci farebbero vedere, per evitare di tirar su potenziali elettori di Nichi Vendola. Non a caso,  è stato distribuito in Italia in maniera indipendente, quasi di nascosto.

L’inizio di Tomboy ricorda quello di un film di Miyazaki: il trasloco, la sorellina, la mamma incinta, il papà affettuoso ma per il resto assente, il bosco in cui giocare. Con la stessa delicatezza di un film dello Studio Ghibli, Celine Sciamma riesce a mettere la macchina da presa ad altezza bambino, catturando l’essenza di una dimensione infantile in cui gli adulti scandiscono il tempo tra un gioco e l’altro, ma poi è come se non esistessero. La vita, quella vera, si svolge lontano da loro, dalle macchine e dalle case, nel bosco o nel lago, a scambiarsi confidenze e a fare i conti con i primi sintomi dell’amore. Che, nel caso specifico, è omosessuale.

Velatamente, Tomboy suggerisce che la natura, rappresentata potentemente da un bosco di alberi altissimi che separa fisicamente le case ed i genitori dai luoghi di ritrovo dei bambini, comprende e accoglie, mentre le persone tendono a separare e giudicare. La reazione dei bambini alla scoperta dell’inganno di Laure è – in tal senso – molto chiara: sono arrabbiati per l’inganno, ma non sconvolti o confusi.

Mai disturbante, mai pretestuoso, mai costruito: Tomboy convince per la naturalezza con cui la storia è raccontata e per la bravura di un cast di bambini incredibili. Il gioco che Laure inscena – fingersi maschio, sfruttando il fatto di essere appena arrivata nel quartiere – funziona in un mondo in cui la sessualità sta per passare dalla divisione in maschi e femmine (a quest’ultime è vietato giocare a calcio, ma per il resto comandano, come da grandi del resto) ad una dimensione più complessa, che nel caso di Laure non solo è precoce, ma anche problematica, soprattutto quando la verità salta fuori e la reazione poco lucida dei genitori prelude ad anni difficili.

In definitiva, non credo che Tomboy voglia perorare la causa del “ci si nasce, non ci si diventa” mostrando la famiglia equilibrata ed armoniosa in cui comunque riesce ad infiltrarsi il “virus” dell’omosessualità. Tomboy racconta una storia da un punto di vista insolito, vincendo sul piano della scrittura e della recitazione, invece di puntare sul facile effetto drammatico, spostando lo sgomento parentale a ridosso dei titoli di coda e concentrandosi sulla semplicità. Mannaggialamorte, mi tocca fare un applauso a una francese.

 

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