Drive

 

Vieni a Roma, a fare il fenomeno del volante, se sei capace

Si vede che Drive non è un film americano, almeno nel manico: Nicolas Winding Refn (non avete visto Valhalla Rising? nemmeno io) riesce a mantenersi lontano dai clichè del genere automobilistico e pur non rinunciando alla spettacolarità , costruisce sui silenzi invece che sul rumore lala tensione degli inseguimenti. I primi dieci minuti sono la cosa migliore del film, e non a caso nei The Space Cinema si era costretti a sorbirseli nelle passate settimane quali anteprima esclusiva ed eccezionale. Pessima abitudine, speriamo non dilaghi. Quando Ryan Gosling è in macchina, che stia guidando per lavoro, da solo o in compagnia, Drive diventa un signor film. Le sequenze dall’interno della macchina e l’accompagnamento musicale sono una boccata d’ossigeno in un cinema che assomiglia sempre più ad un ascensore pieno di petomani (altra ottima scena, quella dell’ascensore, tra l’altro).

Il problema è che non basta azzeccare un paio di sequenze per fare un film. Il problema è che se si vuole raccontare una storia, questa storia un senso lo deve anche avere. Se il personaggio principale è una specie di Clint Eastwood moderno, laconico, solitario ed impassibile,  bisogna trovare il modo di catalizzare l’empatia degli spettatori in qualche modo, soprattutto se si prende una deriva romantica. Invece l’intreccio procede per accostamenti strani, personaggi che non servono a niente, legami forzati e sottotrame lasciate in sospeso. L’atmosfera rarefatta va bene, ma non applicata alla sceneggiatura, in cui troppo spesso alcuni elementi sono per un attimo centrali ma poi si scopre soltanto utili a creare un precedente – peraltro non necessario – nei rapporti tra personaggi (vedi tutta la parte con la macchina da corsa). Qualcuno poi ci spieghi il senso del personaggio di Blanche (Christina Hendricks, la rossa di MadMen, nel ruolo più insignificante della storia del cinema) , cinque inutili minuti senza manco una tetta o una battuta. Credo che la sua intera interpretazione sia contenuta nel trailer. Ancora deludente Carey Mulligan, le cui interpretazioni si riducono sempre e comunque all’alternanza tra uno sguardo supplichevole ed un sorriso pieno di fossette. Ryan Gosling è ormai lanciatissimo, la macchina pubblicitaria intorno a Drive lo conferma (è decisamente spropositata per il film in sè), e dopo Crazy Stupid Love, conferma di essere un nome da seguire, anche per i progetti che sceglie.

Insomma, Drive è un buon film, se uno si ferma alle apparenze. Buona la regia, buone le interpretazioni, buona la combinazione tra fotografia, montaggio e colonna sonora che evocano, insieme a quegli assurdi font rosa corsivi, nostalgia di non si sa bene cosa degli anni ottanta,  buono il finale. Molto fumo e poco arrosto, ma quel poco si lascia mangiare.

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