A Dangerous Method

 

Chi legge abitualmente questo blog conosce la mia crescente avversione verso il doppiaggio dei film stranieri. Oltre a perdere, nella maggior parte dei casi, le sfumature dell’interpretazione originale, si ha sempre più spesso l’impressione che ci sia il doppiatore seduto dietro di te a parlarti nelle orecchie. Primo, per la scarsa capacità interpretativa, secondo perchè i doppiatori in Italia sono circa tre per gli attori maschili (ieri due trailer, due Luca Ward) e altrettante per i ruoli femminili.  Se uno va al cinema una volta a settimana, comincia a riconoscere le voci facilmente ed il trucco del doppiaggio svanisce. Se vedi Viggo Mortensen, ormai, sai che sta parlando Pino Insegno. Ti sembra che Pino Insegno sia nella fila dietro di te, a recitare le battute del film.

Così ieri, al minuto due di A Dangerous Method, mi giro per cominciare il mio teatrino contro la solita banda di maleducati che deve commentare ad alta voce e chi ti ritrovo seduto dietro di me a guardare rumorosamente Viggo Mortensen malamente doppiato da Pino Insegno? Pino Insegno medesimo. Il quale, accompagnato dalla sorella ..ehm… dal fratello e dal solito codazzo adorante, taceva, bontà sua, solo quando parlava Viggo Mortensen, ovvero Pino Insegno. Risultato: Pino Insegno ha parlato per tutto il film, commentando il film tipo voce fuori campo. Esempio: Jung cede ai suoi istinti e copula con Sabina, che – nella scena successiva – accarezza la sua veste ancora sporca di sangue. E dietro, Viggo Insegno, impostatissimo: “Era Vergine”. Con la maiuscola, sì. Lasciamo perdere.

Il film – di un David Cronenberg annacquatissimo e mai capace di sorprendere o turbare – racconta in maniera piuttosto incerta del rapporto tra il Carl Jung (Micheal Fassbender), la giovane Sabina Spielrein (Keira Knightley) e l’anziano Sigmund Freud (Viggo Mortensen), girando intorno al concetto di quanto faccia male reprimere i propri istinti. Tipo girarsi e uccidere Pino Insegno e sua sorella. Se non sbaglio, fanno proprio questo esempio nel film.  Nonostante tre buone interpretazioni (più un convincente Vincent Cassel in pochi minuti decisivi), Cronenberg oscilla tra il melodramma della relazione tra Sabina e Jung (extra coniugale e deontologicamente scorretta, oltre che già vista nel film di Roberto Faenza Prendimi l’anima) e la nascente disputa tra Freud e Jung, che sarebbe la parte più interessante. Purtroppo A Dangeorus Method sceglie di non raccontare le due posizioni dei padri della psicoanalisi, ma di farle evincere dalle critiche reciproche che i due luminari si scambiano sempre meno cortesemente, fino all’interruzione della loro amicizia, e di far emergere soprattutto le loro nevrosi, col risultato di sminuire invece di umanizzare o approfondire le loro personalità.

Finale con i classici cartelli del tipo “beh so’ passate due ore, non vorrete mica che vi raccontiamo tutto: alla fine sono morti, chi prima, chi dopo”, che mi fanno sempre pensare che questi finti biopic romanzati lasciano il tempo che trovano: un periodo della vita di qualcuno viene scelto arbitrariamente e stravolto senza alcuna pretesa di realismo, però poi si sente l’esigenza di dire come – davvero – siano andate le cose, alla fine.   

Quando faranno il film di Pino Insegno, spero che il cartello finale sia: fu impalato insieme a sua sorella in una sala cinematografica dopo un breve, impostato, alterco con uno spettatore stanco delle sue chiacchiere e dei suoi doppiaggi. Pino, t’ho avvertito.

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