La Pelle che Abito

 
La prova del fatto (se ce ne fosse ancora bisogno) che Almodovar sia un maestro assoluto  dell’arte cinematografica è il trailer de La Pelle che Abito, uno dei più brutti mai visti nella Via Lattea. Dal font utilizzato alla fotografia, alla colonna sonora, alle immagini, se non fosse per la presenza di Antonio Banderas tutto sembrerebbe un brutto scherzo dilettantesco. La visione del film rimette a posto ciascuno degli elementi mischiati in maniera indegna per la pubblicità: melodramma, horror, fantascienza, romanticismo, violenza, un mix di ingredienti pronti a deflagrare nelle mani di chiunque, eccezion fatta per Almodovar, che trova un equilibrio perfetto per una storia sulla follia che fa paura per la freddezza che emanano i personaggi nel compiere le loro azioni. L’eleganza usata in passato dal regista spagnolo per dare dignità ai carrozzoni di personaggi allegramente grotteschi diventa distanza difficilmente colmabile con l’universo grottesco sì, ma in senso deteriore, in cui si muovono i vari personaggi di questo film, negativi ma irresistibilmente affascinanti.
 
La passionalità, l’ambiguità sessuale, la famiglia, temi certamente tra i più cari ad Almodovar sono distorti dalle atmosfere nere della storia di Robert (Antonio Banderas), chirurgo plastico dedito ad una ricerca sulla pelle che travalica, per scopi e mezzi, i limiti della bioetica. Mentre si scoprono i dettagli del passato di Robert, con una efficace narrazione non lineare, tutta la sua lucida follia emerge fino alle drammatiche conseguenze.
Se conoscessi bene il cinema di Pedro Almodovar, potrei scrivere di questo film facendo colti rimandi alla filmografia del regista spagnolo. Invece, nonostante i pochi film che ho visto mi siano piaciuti tutti moltissimo, ancora non ho approfondito a dovere.  Non serve l’esegesi della filmografia di Almodovar per affermare comunque che La pelle che abito è un film originale e disturbante, una favola nerissima con un lieto fine al contrario, che spiazza lo spettatore sovvertendo più volte i ruoli della vittima e del carnefice, fino a non saper bene dalla parte di chi stare…il comune denominatore dei personaggi principali sembra essere l’ambiguità morale, oltre alla tragicità del destino.
 
Invece di raccontare un mondo ai confini delle convenzioni sociali – come tante volte in passato – ed esplorarne situazioni e personalità, Almodovar sceglie una sorta di universo parallelo, in cui a sfumare sono invece i limiti etici della coscienza dei personaggi, che non trovano salvezza nemmeno nel momentaneo sollievo che le canzoni popolari riuscivano a dare in altre occasioni: anzi, stavolta l’unico momento musicale è utilizzato come mezzo per risvegliare un trauma nel momento decisivo della storia.
 
La Pelle che Abito segna anche la riunione per una coppia, Almodovar/Banderas, che si prometteva un ultimo ballo da tanti anni. La sinergia tra i due è notevole, pari a quelle delle storiche coppie americane tipo Scorsese / De Niro o Hitchcock / Cary Grant. Banderas – senza dimenticare le meravigliose Blanca Suarez, Marisa Paredes e Elena Anaya, affascina tramite il terrore che incute: controllato e distante, ha negli occhi la scintilla della follia omicida ed incarna la tensione tra luce ed ombra che il film racconta.
Si esce provati, contenti, impauriti. Non sollevati.
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