Blood Story

A volte ritornano. Il remake dello splendido Let The Right One In (Lasciami entrare) era stato presentato in pompa magna al festival di Roma dell’anno scorso : Let Me In, a parte mettere in mostra una Chloe Moretz spettacolare come sempre, confermava soltanto che Matt Reeves, già responsabile del pessimo Cloverfield, non è proprio sulla strada per scrivere la storia del cinema. Insulso, banale, svuotato: Let Me In…scusate, BLOOD STORY (complimenti vivissimi per questo cambio di titolo) non ha niente del suo predecessore svedese. Matt Reeves l’anno scorso ci teneva a sottolineare che il film non è un remake, perchè il materiale di partenza è stato il libro. A me riprendere scena per scena un film europeo e metterci dentro attori americani pare o un plagio o, se vogliamo essere buoni, un remake. Fate voi. Purtroppo, neanche la ricostruzione pedissequa della messa in scen del film di Tomas Alfredson consente alla versione americana di non scadere nel noioso e di scivolare nel discutibile trend vampiresco che ci sta tritando le palle da qualche anno. Lasciate perdere le dichiarazioni di Stephen King, che pure quelle gliele scrive qualcun altro, se volete vedere un bel film, andate ad affittare Lasciami Entrare e godetevelo in casa. Blood Story non vale niente, soprattutto con quel titolo. Così scrivevo nel 2009 di Lasciami Entrare, su una pagina ormai perduta :

Il 2008 è stato l’anno del vampiro. Prima sono arrivati i vampiri più stupidi e insopportabili della storia (dov’è Fracchia col suo ombrello di frassino quando serve?) a rinverdire il mito del succhiasangue, in Twilight e purtroppo ce li sorbiremo almeno per altri due film. Faceva più paura Aldo in quel corto del Conte Dracula terrone. Poi, ma in maniera credo casuale, questo film. E’ vero, ormai non è più tempo per Transilvanie e mantelli, vergini con ampie finestre (aperte) da cui entrare e trasformazioni in pipistrello, così dalla Svezia arrivano i vampiri del ventunesimo secolo, nelle forme innocenti di una bambina di dodici anni (“ho dodici anni, ma li ho da tanto tempo”) costretta ad uccidere per sopravvivere.

Nessuna spettacolarizzazione, nessuna concessione ai facili spargimenti di sangue. “Lasciami Entrare” non è un horror, non ci piove, nonostante la campagna pubblicitaria. E’ uno di quei film difficilmente incasellabili in un unico genere. In una svezia senza tempo (anni settanta?), senza colori, senza orizzonti, Oskar vive l’infanzia del futuro serial killer: vive solo con la madre in un posto sperduto e isolato, è vessato dai suoi compagni di scuola che sogna di accoltellare, ritaglia articoli di giornale su crimini efferati. Destino segnato. Finchè non conosce Eli, una bambina altrettanto sola che si trasferisce nell’appartamento accanto al suo con un strano individuo che la aiuta a procacciarsi sangue umano.

L’incontro tra due mondi di solitudine da cui non si può scappare genera sempre un legame molto forte, e questo è il tema del film, o almeno quello che mi ha lasciato. Gli sviluppi della trama sono abbastanza prevedibili, come il destino di Oskar quando si capisce il rapporto tra Eli e il suo accompagnatore. Non si sfugge al destino, nè all’amore, soprattutto a quello innocente di due bambini di dodici anni. Le altre coppie che si vedono nel film sono i genitori separati di Oskar e due compaesani piuttosto tristi. La forza dell’amore è un pò debole, in mezzo a tutta quella neve, il gelo regna anche tra i rapporti umani. Per questo l’attrazione tra Oskar e Eli è fatale, anche se la prima parte del film ci rivela quale destino aspetta i due: come per Oskar sembra impossibile fuggire da uno spazio sempre uguale a se stesso, per Eli è il tempo ad essere fermo e circolare, la storia deve ripetersi.
Insomma, Lasciami Entrare tutto sembra tranne che un film horror convenzionale o l’ennesima variazione sul tema. L’orrore c’è, ma è nella solitudine e nell’ineluttabilità, dei rapporti che comunque si fondano sulla reciproca necessità e che si consumano, metaforicamente, come quello di Eli e dell’uomo con cui arriva. Il mostro è costretto ad uccidere ma non è quello il suo lato mostruoso, alla fine prevale il bisogno della sopravvivenza, e non c’è bisogno di essere vampiri perchè sia vero.

P.S. A volte ritornano, infatti il 14 ottobre esce I Want To Be A Soldier, prodotto da Valeria Marini ed anch’esso nel limbo dal festival di Roma dell’anno scorso. In confronto Blood Story è Il Settimo Sigillo. Io vi ho avvisato.

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