Cose dell’altro mondo

Cose dell’altro mondo: salito agli onori della cronaca per la polemica tutta leghista (contro un film MEDUSA? Ma mi faccia il piacere….) innescata dalla rappresentazione di un Veneto razzista, intollerante e ignorante. Amici veneti, state tranquilli. Il razzismo e l’ignoranza ormai, per non parlare dell’intolleranza, non sono più una vostra prerogativa. A Roma, per esempio, vi stiamo quasi per surclassare, e partiamo avvantaggiati visto che già ci schifiamo da un quartiere all’altro.
Il film di Francesco Patierno lascia un po’ perplessi, nella sua ingenuità: forse arriva un po’ fuori tempo massimo per ricordarci che gli immigrati sono una forza lavoro indispensabile al paese e che l’inciviltà che imputiamo loro serve solo a nascondere la nostra. Nostra di chi poi, io sono civilissimo. Il Veneto stesso è più un luogo comune che un luogo reale ed è esattamente il posto in cui uno s’immagina ambientata una storia sulla mancanza di integrazione – è una scelta di comodo che toglie forza al film. Ambientiamolo a Napoli un film così, cavolo.
Insomma il concept del film è: che succederebbe se tutti gli immigrati scomparissero dalla notte al giorno senza lasciare tracce? Carino, no? Però il film si perde dietro ai suoi personaggi o forse dietro agli attori, o forse dietro ai capezzoli della Lodovini che escono dal maglione di flanella. Stesso problema di altri film basati su un’idea interessante che serve solo per il trailer (vedi Immaturi, ad esempio).
Così Diego Abatantuono si diverte a fare la versione razzista e ipocrita di se stesso mentre Valerio Mastandrea è ancora l’indolente quarantenne incazzato col mondo (e stavolta armato). Ah, resta la Lodovini che grattuggia le battute inarcando la schiena sperando che uno sposti l’attenzione dal petto all’assenza delle sue proverbiali borse (lifting?) senza curarsi della recitazione.
Tra siparietti simpatici e sottotrame irrisolte o inutili, per tacer di colpi di scena senza senso rispetto ai rapporti tra i personaggi, l’autoindulgenza del film dichiara una resa incondizionata alla vecchia massima “italiani brava gente”. Ho l’impressione che non fosse questa l’intenzione originaria, ma che il livello si sia abbassato strada facendo per sopravvenuta paura di spingere sull’acceleratore.
L’impressione però è che molto di meglio non si potesse comunque fare, neanche osando: gli italiani – la maggior parte, io NO, ripeto – sono così: un po’ Mastandrea, un po’ Abatantuono, l’italia è questa –ahimè – e che sia un film Medusa a ricordarcelo ci fa solo girare ulteriormente le palle, visto che alla fine – e qui sta il limite del film – i personaggi restano uguali a se stessi e tutto cambia ma tutto resta uguale, nessuno impara niente tanto una soluzione si trova anche senza immigrati, come giustamente dice Abatantuono a un certo punto. La regia di Patierno però sembra appoggiarsi sulla mediocrità che racconta e procede senza guizzi, affastellando sottotrame per caricare i personaggi, ma senza un disegno preciso di dove andare a parare.  E’ il limite palese di un’idea che sulla carta pareva buona, ma che effettivamente non ha modo di svilupparsi se non per strade già battute, anzi sconfitte, come lasciar campo agli attori e sperare di portare a casa un sei politico.
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