Capitan America – Il Primo Vendicatore

Yo no soy marinero soy capitan soy capitan soy capitan
Quando leggevo Capitan America & Thor, che in Italia negli anni Novanta venivano pubblicati nello stesso mensile, ci provavo spesso, ma non ci riuscivo mai. Mentre Thor letteralmente mi rapiva, Cap, vestito della bandiera a stelle e strisce, incarnazione dei valori e del sogno americano, insomma, retorica allo stato puro, era di una noia mortale.Utilizzato come strumento di propaganda negli anni quaranta (cosa che viene ripresa nel film in maniera molto efficace ed ironica), il personaggio di Capitan America venne riciclato negli anni sessanta dalla Marvel e messo a capo dei Vendicatori. E’ il Topolino del supereroi, è un militare, un capo, è un atleta, è bello e biondo e vince sempre, non ha superpoteri interessanti, non ha superproblemi coinvolgenti, combatte i terroristi nazisti invece – che ne so – del padre del suo migliore amico che gli ha pure ucciso la ragazza oppure Loki il dio dell’Inganno. Ma volete mettere? Insomma tra me e Capitan America non c’è mai stato feeling, in più mi rodeva spendere tremila lire e leggere solo metà fumetto.

 La storia è quella del gracile Steve Rogers (Chris Evans), che da scarto dell’esercito diviene  – complice un doping tipo quello che davano a Del Piero negli anni Novanta – icona e condottiero degli americani contro i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale, prima di ritrovarsi fuori dal suo tempo alla guida dei supereroi più potenti della terra (i Vendicatori, per l’appunto, che poi secondo me proprio i più potenti non sono ma lasciamo perdere). Nel film si narra la storia delle origini di Cap, incorniciata da due brevi sequenze ambientate ai giorni nostri che lanciano (in maniera piuttosto goffa e con ellissi narrative assolutamente incomprensibili) il film de I Vendicatori dell’anno prossimo.  
Accanto a Chris Evans – scelta inizialmente sorprendente, ma convincente una volta vista la storia che si è scelta di raccontare – Hugo Weaving, Stanley Tucci e Tommy Lee Jones allargano il numero di attori eccellenti che hanno accettato palesemente di far parte del progetto Marvel per gli zeri sull’assegno più che per il ruolo, mentre Hayley Atwell può finalmente mostrare al grande pubblico la sua strabordante carrozzeria (che da queste parti era già stata notata ai tempi di The Duchess, in cui risaltava nel confronto con gli spigoli di Scucchiona Knightley). Come recita? Lei non saprei, ma se le sue tette non prendono l’Oscar come attrici protagoniste, è tutto un magna magna.
Fin qui, è evidente che ancora non ho detto un cavolo che non si possa leggere anche su un articolo di Mereghetti ( a parte che non credo leggesse fumetti negli anni Novanta). Il motivo è semplice: tentenno. Il disappunto che mi pervade nel vedere come questa serie di adattamenti cinematografici dei miei fumetti preferiti sia stata progettata a tavolino, ed a discapito anche della qualità del prodotto cinematografico, per fungere da cassa di risonanza per tutto il brand Marvel nei confronti di un pubblico generalista mi fa incazzare e mi spinge a stroncare senza mezzi termini anche Capitan America, che invece è un film godibile e decentemente autoconsistente, nonchè il migliore della serie (ci voleva poco, d’altronde). E’ tutto affrettato fastidiosamente e l’impianto estetico -coerente con quello di Iron Man e Thor – continua a non convincermi, aumentando la sensazione generale di pochezza e superficialità, ma almeno il film ha i suoi momenti.
L’anno prossimo, neanche a farlo apposta, I Vendicatori (Thor  + Iron Man + Hulk + Capitan America) se la vedrà nelle sale con Batman 3 di Christopher Nolan. Vedremo se il pubblico darà ragione alla vacua giostra Marvel o alla serie che ha dato dignità al comicmovie con due capolavori assoluti. (ma come disse Morgan, il popolo sceglie sempre Barabba… )
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