Machete

Machete non manda messaggi
Robert Rodriguez e Quentin Tarantino hanno capito una cosa fondamentale: alle persone piacciono le ripetizioni o, come si diceva al tempo di Omero, le formule. Non c’è maggior gioia per un cinefilo di quella che prova nel cogliere una citazione, magari un riferimento ad un oscuro film di serie B visto per caso una sera d’estate: è al contempo la misura della propria cultura cinematografica e il segno di una corrispondenza implicita di amorosi sensi con il regista. Le nuove generazioni, invece, quelle senza memoria né curiosità, possono godere delle ripetizioni come fossero elementi originali. Il gioco è fatto.
Tarantino, va detto, ha più stile di Rodriguez. La Sposa usava come arma una raffinata katana, forgiata da un maestro. Machete…beh, lo dice la parola stessa. La differenza è tutta qui, ma non è trascurabile. Machete è divertente, fin dai titoli di testa richiama una cinematografia senza pretese artistiche (exploitation, direbbe uno colto), di quelle che oggi va tanto di moda sdoganare. Con Tarantino, oltre ad una fase di scrittura decisamente più raffinata, c’è tutto un livello metacinematografico da gustare, quello appunto dei rimandi e delle citazioni,che manca al cinema di Robert Rodriguez. La scelta di non infondere il film di elementi estranei al genere (ovvero ciò di cui Quentin Tarantino è maestro), che enfatizzino il fatto che è tutto un grande gioco di fumo e specchi, fa perdere un po’ di punti al risultato finale. Machete nasce dal finto trailer realizzato per Grindhouse, ma il gioco che funziona perfettamente se dura lo spazio di pochi minuti perde colpi sulla media distanza di un lungometraggio. L’idea di Machete è migliore della sua realizzazione: è una prerogativa dei grandi film di serie B, o forse solo un difetto di questo film, difficile distinguere dove finisce la finzione e dove cominciano i limiti, in una parodia/citazione/rielaborazione di questo livello.

Quella del rinnegato Messicano che sfida i corrotti americani e si pone alla testa di una piccola rivoluzione è la classica storia dell’eroe riluttante, terribile d’aspetto ma bello e nobile dentro, sconfitto dalla vita ma pronto ad una rivincita che diventa quella di un intero popolo. Il tono del film rimane comunque in bilico, tra parodia ed epica mariachi, basta pensare a qualunque scena con Lindsay Lohan o anche alla divisa di Michelle Rodriguez nello scontro finale. I cattivi sono tutti cattivissimi ed i buoni sono tutti buonissimi, al massimo un po’ burberi: siamo più dalle parti di Bud Spencer che da quelle di Clint Eastwood, come mostra efficacemente la scena in cui Machete vince un combattimento clandestino mangiando un taco.

Il volto terrificante e nobile di Danny Trejo fa metà del film. La restante metà è affidata ad un mix di attori i cui nomi rendono l’idea dell’appeal di Rodriguez (che va oltre i suoi effettivi meriti): Robert DeNiro, Michelle Rodriguez, Jessica Alba, Lindsey Lohan più i redivivi Don Johnson, che si mantiene bene e Steven Seagal, che deve aver ingoiato McGyver e VanDamme senza masticarli. La storia non è che un pretesto per mettere un coltello in mano a Machete (che è il buono della situazione, sia chiaro) e cominciare qualche sbudellamento. Basta essere pronti, basta saperlo e ci si diverte davvero.
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