Rio

 Rio ha una curiosa storia alle spalle: la sua trama è pressochè identica a quella di Newt, progetto Pixar annullato in avanzata fase di produzione in circostanze poco chiare, forse proprio in seguito ad accordi con la Fox, per evitare un nuovo caso A Bug’s Life/Z la formica. Newt era il tentativo di Pixar di fare una commedia sentimentale sui generis: due gechi, ultimi della loro specie, sono costretti a stare insieme per accoppiarsi…peccato che non si sopportano. Non sapremo mai come va a finire.
Rio invece parla di Blu, pappagallino cresciuto in Minnesota, talmente addomesticato che non sa volare (ma sa digitare la password del computer), privato dunque del suo istinto, che viene portato in Brasile con la speranza che si accoppi con la pappagallina Gioiel e ripopoli la specie. Chiaramente i due non si sopportano ,ma – rapiti dai bracconieri – devono trovare il modo di andare d’accordo per salvarsi le penne.
L’incipit di Rio fa sperare benissimo: la sequenza iniziale ricorda i migliori musical Disney ed il piccolo Blu che si muove automaticamente a ritmo di samba è bellissimo. Le cose si perdono quando la trama parte davvero e si arriva nella città che dà il titolo al film, peraltro stereotipata fino all’eccesso in cui tutti i brasiliani con meno di tre battute nel film hanno la stessa faccia. La pecca più grave – per uno spettatore di età adulta – è però che il film è rallentato eccessivamente da numeri musicali invadenti e poco incisivi, distribuiti ad minchiam nella pellicola. Il tentativo di fare un classico Disney apocrifo fallisce dunque miseramente, anche perchè i personaggi comprimari non sono incisivi come dovrebbero (ah, Abu, Lumiere e Sebastian, dove siete…) e la presenza dei personaggi umani forse è mal gestita.
E’ un peccato perchè la qualità dell’animazione è elevatissima, ci sono alcune sequenze estremamente spettacolari, che sfruttano al meglio la natura “volatile” dei protagonisti e la tematica dell’istinto perduto e della cattività – per quanto latente – dà veramente qualcosa in più alla storia e rende Blu un personaggio a tutto tondo. Il suo approccio scientifico alla tecnica del volo (ma non solo) è comico e drammatico allo stesso tempo,  una geniale metafora della repressione dei suoi istinti più naturali.
Non è giusto però giudicare un film secondo le proprie aspettative, soprattutto se il film in questione ha un target manifesto. Al contrario di Rapunzel, che con la sua protagonista sciacquetta e irritante può solo generare ragazzine ancor più irritanti, Rio è un film sinceramente pensato (molto e bene) per bambini al di sotto di dieci anni, a cui sicuramente piacerà e potrà anche insegnare qualcosa, invece che far venir voglia di collezionare le sorprese dell’Happy Meal come i film Dreamworks. Tanto di cappello, dunque: se non ho più l’età, purtroppo, è solo colpa mia.
Come disse Marty McFly, “ai vostri figli piacerà“, però io adesso torno a giocare ad Angry Birds Rio, che devo ancora prendere tutti gli ananas. 
P.S. doppiaggio non riuscitissimo: Victoria Cabello e Fabio De Luigi non hanno il doppiaggio nelle loro corde vocali, a causa della forte cadenza dialettale, per di più milanese. Non che non siano (a tratti) simpatici, ma il direttore del doppiaggio poteva lavorarci un po’ su. Il migliore risulta essere Altafini, ma allora perchè solo il cane parla con l’accento brasiliano? In ogni caso, siamo alle solite: in USA, questi personaggi sono affidati alle performance di attori di primo piano, professionisti. Da noi, dobbiamo sorbirci le marchette televisive. Perchè non i doppiatori italiani degli attori? O perchè non attori di primo piano anche noi? per caso a Favino fa schifo doppiare un cartone animato? mah…
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