The Fighter

Uno pensa alla boxe al cinema e vede Rocky. Se proprio è un cinefilo, magari vede Toro Scatenato. Ma subito dopo, vede Rocky. E di che parla Rocky? Del sogno americano, del non avere paura, del credere nei propri sogni e del rialzarsi dopo un k.o. Se non sbaglio è nell’ultimo, geriatrico, Rocky Balboa che Rocky dice a suo figlio qualcosa come “l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti”. E’ la boxe elevata a metafora della vita ad Hollywood che commuove e consola gli americani, convincendo i meno fortunati di avere sempre una possibilità e i più fortunati di avere sempre un cuore.
Togliete la fanfara di Bill Conti, togliete Stallone, il ralenti e le frasi fatte ed ecco The Fighter. Ad onor del vero, vanno aggiunte le quattro splendide performance principali: Christian Bale, Amy Adams, Mark Wahlberg e Melissa Leo. Oscar a parte, l’intensità delle quattro interpretazioni sostiene il film dall’inizio alla fine. A maggior ragione per chi, come noi, sente queste storie lontane, geograficamente e socialmente, è importante avere un appiglio emotivo forte. La prova di Christian Bale è commovente: il ritratto di Dickie Eklund, astro della boxe finito in una vita di rimpianti ed illusioni distrutta dal crack,  è il vero tema del film, nascosto dietro la vicenda di del fratello Micky (Wahlberg) a caccia del successo sul ring. “Il mio ring è la strada” diceva Rocky ad un certo punto: così è per Dickie: sceso dal ring, si è fatto prendere a pugni dalla vita ed ora cerca un riscatto riflesso nelle prestazioni sportive del fratello, spesso complicandogli le cose invece di aiutarlo. 
Come Dickie, l’intera comunità cittadina (madre, sorelle, fidanzata, allenatore, amici…) di un’America di serie B si specchia nell’eccezionalità di uno dei suoi membri, essendo incapace di riscattarsi socialmente sia come collettività che nei suoi singoli individui. La consolazione per essere nati, vivere e morire a Lowell, Massachussets è essere conterranei di Dickie Eklund, che una volta ha messo a tappeto Sugar Ray. Forse. E quando la leggenda di Dickie viene sporcata da un documentario sulla tossicodipendenza, a Lowell c’è bisogno di un nuovo eroe.
La capacità di dare un’anima – di luci e ombre – non solo ai due “combattenti”, ma anche all’ambiente dal quale provengono è il valore aggiunto di The Fighter ad una cinematografia che secondo me ha detto già tutto da tempo. Mostrare allo stesso tempo le difficoltà dell’ascesa e le conseguenze della resa sono ciò che differenzia The Fighter dai suoi simili. A Rocky ci sono voluti sei film per fare lo stesso, ma – scherzi a parte – non sono film confrontabili, figli di epoche ed idee di cinema troppo distanti.   
Sarà che, dopo film come Il Cigno Nero, 127 Ore ed Il Grinta, al momento i miei standard sono un po’ più alti del solito, ma The Fighter non mi ha entusiasmanto e mi ha convinto – in assoluto – meno anche de Il discorso del Re, per cui vale in fondo lo stesso discorso: fa sempre bene vedere delle belle prove di recitazione, ma per gridare al capolavoro oggi questo non può bastare.
Per quanto ineccepible sotto ogni punto di vista tecnico (c’è anche una splendida colonna sonora), The Fighter è in fondo sempre l’America che si parla addosso, con il suo linguaggio e la sua filosofia. C’è un limite numerico di iterazioni dello stesso concetto oltre il quale ripeterlo non ha più senso, anzi è controproducente: per me quel limite è stato già superato e The Fighter non mi ha detto niente.  
E’ una questione di gusti personali e aspettative, intendiamoci: The Fighter è il massimo che può essere ed è senza dubbio un ottimo film. Come tanti. Il difficile è essere un film come pochi. 
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