127 Ore

127 Ore è uno dei film dell’anno. Sento di potermi sbilanciare anche se siamo solo a febbraio.
Raramente (mai?) sono uscito dalla sala così provato fisicamente ed entusiasta per lo spettacolo.
Chi si aspetta un’altra melensa favola della buonanotte come The Millionaire stia attento, Danny Boyle ha cambiato rotta, prendendosi coraggiosamente il rischio di vedere una quantità di incassi e premi notevolmente ridotta. Chi invece -come me – temeva di non rivedere il Boyle di Trainspotting, perchè rimbambito dalla pioggia di Oscar…può andare tranquillo al cinema. 127 Ore non è un film per stomaci deboli, a causa di una sequenza finale veramente cruenta, ma è un capolavoro. Anche per quella sequenza.
Nei primi dieci minuti Boyle scaraventa lo spettatore nella vita del protagonista con una musica assordante, uno split screen molto anni novanta ed un ritmo forsennato da pubblicità della coca-cola, quasi a voler controbilanciare la staticità del resto del film, in cui comunque il montaggio, i giochi di macchina e le invezioni visive compensano l’immobilità del protagonista (intrappolato in fondo a un canyon).
La storia -vera – di Aron Ralston è drammatica e splendida, ma nell’economia del risultato di 127 Ore, questo è un dettaglio: il pathos è dovuto alla maestria con cui una storia veramente difficile da trasformare in un film è stata confezionata: Danny Boyle ha preso gli elementi a sua disposizione, la sua tecnica, la prova d’attore, la sceneggiatura e ne ha creato qualcosa di superiore alla somma delle parti, che arriva allo spettatore non solo attraverso gli occhi, ma dalla tensione delle gambe, dallo stomaco che si chiude, dalle mani che si aggrappano alla poltrona. Ad un certo punto io ho cominciato a sudare…
Dal punto di vista estetico, il film offre delle riprese meravigliose dei Canyonlands, riuscendo nell’impresa di rendere giustizia (grazie alle inquadrature e alla fotografia) a questi paesaggi, anche in maniera funzionale alla storia e non solo per riempire i tempi morti con riprese d’archivio: in un film non mi era mai capitato di rivivere la sensazione di paura e meraviglia che si ha in un luogo così immenso e selvaggio, che ridefinisce il concetto di orizzonte e fa mancare le parole giuste per descriverlo.
La prova splendida ed originale di James Franco va sottolineata perchè questo attore ha davvero talento e sta crescendo in fretta. La parabola emotiva di Ralston parte dall’arroganza e la superficialità con cui viene preparata ed affrontata l’escursione e passa attraverso la paura, la determinazione, la deprivazione fisica e l’allucinazione, l’accettazione della morte e la battaglia definitiva e tragica per la vita. Durante il viaggio ed alla fine, siamo con lui sempre. La prova intensa di James Franco può essere paragonata a quella altrettanto superlativa di Natalie Portman in Il Cigno Nero. Parere personale: James Franco mi ha emozionato molto di più.
In una parola: un film elettrizzante, un’esperienza da vivere necessariamente nel buio di una sala e non a casa col volume limitato dal regolamento condominiale e la visuale limitata dai confini del televisore. Questo è Cinema, non un film qualunque. Scommetto un braccio che mi darete ragione.
P.S. Anteprima con biglietti da vincere online: come si spiega che anche in questi casi mi ritrovo accanto l’immancabile duo coatta e coattona che non riescono a seguire neanche i film della Disney? Ce le mette il Comune di Roma perchè non ho votato per l’attuale amministrazione? Si parte con una breve presentazione dell’evento e quella che chiameremo coatta alfa fa:”ma che è er regista?” indicando il tipo che stava presentando il film – chiaramente italiano e romano – al che coatta beta, diciamo quella intelligente, la schernisce: “see e sta a veni’ pe’ te”. Si spengono le luci e compare il titolo del film: coatta alfa sussulta (“iiiiiih”), scambiandolo forse per la durata.
Quando Ralston ha una allucinazione e si vede padre di un bambino, chiaro topos cinematografico che fa capire che nella sua testa scatta l’istinto di sopravvivenza, coatta alfa si chiede “ma che c’aveva un fijo?”, ma l’esegesi dell’allucinazione è troppo anche per coatta beta che risponde “me sa”. E così via…. Alemanno, questo weekend vado a vedere Il Grinta. Mi raccomando, manda le mejo che c’hai.
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