Il Padre e Lo Straniero

Ho visto Il Padre e Lo Straniero un po’ di tempo fa, al Festival di Roma, quindi, con l’età che avanza, rischio di non ricordare proprio tutto e di aver rimosso le cose più negative, come accade un po’ per tutti i ricordi.
Ricordo di aver pensato: vabbè, c’è di meglio, pretenzioso e un po’ poco credibile in alcuni passaggi, ma almeno non è il solito film italiano. E questo non è un merito da poco, anzi: ci vorrebbe una medaglia al valore. Paradossalmente, il film meno italiano degli ultimi anni arriva da due persone che si portano addosso cognomi pesantissimi, i cui padri sono i mostri sacri (nonchè i Mostri di Risi) della commedia italiana che oggi sta esalando gli ultimi rantoli in film inguardabili come quelli di Gabriele Muccino e Lucio Pellegrini.
Il problema è che ne Il Padro e lo Straniero c’è troppa carne al fuoco: razzismo, spionaggio, drammi coniugali, il tema dell’altro, rapporto con i figli, amicizie virili multiculturali. Un conto è sviluppare questi temi in un romanzo, un conto doverli condensare in un film senza scegliere nettamente per l’uno o l’altro aspetto della storia (con scene francamente imporoponibili come Alessandro Gassman che fa avanti ed indietro dalla Siria nel giro di un pomeriggio).
Alessandro Gassman e Amr Waked riescono comunque a creare una bella alchimia costruendo due figure di padri fragili ed in difficoltà che si trovano in una Roma virata su tinte arabe: concentrandosi su questo aspetto del film (che è poi quello che più sta a cuore al regista) se ne può uscire con sensazioni positive. E’ la spy story infatti che convince poco, per non parlare di Leo Gullotta che mentre fa lo 007 ti aspetti che o cominci a mangiare un torroncino o a strillare in siciliano. Poichè da metà non solo la fotografia ma anche la sceneggiatura vira fortemente sui toni gialli, senza avere però il piglio dei grandi thriller americani, il film cala nettamente alla distanza e forse si dilunga eccessivamente, anche considerando che tutto sommato nella prima parte non si costruisce abbastanza per alimentare la nostra curiosità e giocando troppo sullo stereotipo culturale dell’arabo misterioso e filosofico.
Ricky Tognazzi ha il merito di aver tentato strade diverse e di aver realizzato una bella regia, anche se il risultato non è del tutto soddisfacente. Certi generi sembrano davvero preclusi alla nostra cinematografia. Però ha fatto bene a provarci…anche se mi sa che se avessi scritto questa recensione subito dopo aver visto il film non sarei stato altrettanto tenero. E’ l’età.
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