Il Cigno Nero

“Ce l’hanno tutti con me perchè sono piccolo e nero”

Partirei con un’avvertenza: tra le nove Muse, quella della danza è decisamente quella che mi parla meno. Poi il balletto non ne parliamo proprio. E’ proprio una questione di linguaggio, di mancanza di strumenti di decodifica, non capisco i movimenti e non ne afferro la bellezza. Nè ho alcuna intenzione di impegnarmi a farlo.

Il Cigno Nero però non è un film sul balletto (sai che palle!!). Quindi forse a scrivere due cose sensate ci riesco lo stesso: Il Cigno Nero è un film sull’illusione della perfezione, sull’ossessione per un risultato che diventa l’ostacolo per il raggiungimento del risultato stesso: un serpente velenosissimo che si morde la coda, senza possibilità di uscita che non sia autodistruttiva. Il Cigno Nero parla del Lato Oscuro quasi meglio di Yoda: come il maestro Jedi ci avverte che per diventare cavalieri Jedi, dovremo averne paura, affrontarlo, ma non cedere mai al suo richiamo senza ritorno.

Il tema del doppio è uno dei più antichi della storia del pensiero e delle arti: Darren Aronofsky lo declina nel mondo del balletto e della storia de Il Lago dei Cigni, prendendo l’enorme sforzo psicofisico dei ballerini (raccontato nel rumore di muscoli, unghie e tendini) a paradigma di straordinarietà a cui alcuni uomini possono aspirare mettendosi completamente in gioco e rischiando – in caso di fallimento – la completa distruzione.
La parabola psicologica di Nina (Natalie Portman) è rappresentata in maniera straordinaria: la mente della ragazza – fragile già all’inizio – crolla progressivamente sotto il peso di una dicotomia tra due personaggi (il Cigno Bianco ed il Cigno Nero) che Nina vive dolorosamente innanzitutto con se stessa, ma che proietta anche su sua madre, sulla prima ballerina uscente Beth (Winona Ryder) e sulla nuova arrivata Lily (Mila Kunis).
Nei titoli di coda, Natalie Portman è Nina/The Swan Queen mentre Mila Kunis è Lily/The Black Swan. E’ un doppio gioco di doppi non solo nella mente malata di Nina ma anche in quella sana (?) del regista. Il Cigno Nero nella storia causa la rovina del Cigno Bianco, portandole via l’amore. Per Nina l’amore è il balletto, ma anche la propria perfezione. Il Cigno Nero allora è Lily, che minaccia la realizzazione del suo sogno, ma anche la propria incapacità a lasciarsi andare, che le impedisce di arrivare alla perfezione ricercata ossessivamente nel gesto tecnico.

Aronofsky è un novello Milos Forman per la sua attenzione alle derive psicologiche ed al rapporto tra genio, follia ed ossessione, già esplorato nelle altre sue opere. Ne Il Cigno Nero questa attenzione si trasforma in scelta estetica: la grana della fotografia, la macchina in spalla, l’insistenza sulla fragilità fisica (muscoli, tendini, unghie) e psicologica dei ballerini da contrapporre alla sicurezza ed alla forza delle loro esibizioni, le riprese sempre alle spalle della protagonista, il gioco continuo di specchi – reale e metaforico: alla fine realtà ed illusione si sono confuse al punto che il crescendo di ansia non si spegne con i titoli di coda, ma resta dentro. E’ questo che fa di un film un grande film. Nonostante il balletto.

Natalie Portman alla prova più intensa della sua carriera è messa di fronte ad un personaggio che chissà quanto le ha ricordato se stessa: praticamente perfetta dal punto di vista tecnico, ma sensuale come un comò. E’ bravissima, intendiamoci: merita tutti i premi che ha preso e prenderà, ma non ho potuto fare a meno di pensare che raramente “scompare” nei suoi personaggi, a causa forse di una certa meccanicità di fondo. Mila Kunis ne è il doppio perfetto, anche se la sua presenza è molto sacrificata in termini quantitativi ed il suo personaggio non è poi così sviluppato (più efficace Winona Ryder, nonostante le poche scene).

Darren Aronofsky girerà il prossimo Wolverine. C’è qualche remota, remota chance che anche la Marvel tiri fuori finalmente un film decente. Nel frattempo, recupero The Wrestler.

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