Vallanzasca


Alla Lega Nord non è piaciuto Vallanzasca. Quel terrone comunista di Michele Placido potrebbe pensare ai criminali delle sue parti, invece di infangare il buon nome della gente della Padania. Non è campanilismo, però: polemiche similmente inutili ci furono – sempre dalla Lega – per Romanzo Criminale e per le fiction sui mafiosi trasmesse da Mediaset (che però che ci doveva fare? Aveva fatto Borsellino, doveva fare pure Riina, sennò gli amici siciliani ci restano male), opere che potevano avere una cattiva influenza sui giovani per il modo edulcorato e romantico con cui rappresentavano dei criminali. Vai a spiegare alla Lega che non si accettano lezioni di etica da chi spruzza disinfettante sulle persone. Vai a spiegare alla Lega la differenza tra fiction e politica, tra arte e propaganda, tra qualità del film e qualità morale del protagonista, tra raccontare una storia e veicolare dei messaggi. Vai a spiegare alla Lega il verbo veicolare.
Il punto è che anche a Vallanzasca (Renato) non è andato giù del tutto Vallanzasca (film).
No, non è vero: se il punto fosse questo, Vallanzasca (Renato) sarebbe l’ennesima sponda per rilanciare la mia personale crociata contro i biopic e questa recensione finirebbe qui, ma Vallanzasca (il film) mi è piaciuto parecchio proprio perché ci ho visto tutto tranne che un film biografico.
La struttura del film è la stessa di Romanzo Criminale, Michele Placido ha capito la lezione e si affida a tutta la sua esperienza: ne esce un film solido, potente, accattivante.
Kim Rossi Stuart buca lo schermo con un personaggio sopra le righe e riuscitissimo, che importa quanto simile al vero Renato Vallanzasca. La follia lucida di Vallanzasca è tutta negli occhi finalmente accesi dell’ex Freddo: se fosse un film americano, Rossi Stuart sarebbe candidato ai maggiori riconoscimenti, da noi un altro po’ e gli danno un paio di ergastoli anche a lui.

Romanzo Criminale era un film corale e resterà forse più piacevole da rivedere. In Vallanzasca i personaggi ruotano attorno al protagonista apparendo e scomparendo in continuazione senza molta logica (penso al personaggio della Solarino, ma anche a quello di Filippo Timi), segno di una sceneggiatura scritta diversamente (troppe mani all’opera?) e in cui pesa anche la mancanza della struttura epica e romanzesca dell’opera di De Cataldo.

A parte l’inevitabile confronto con Romanzo Criminale, Vallanzasca mi ha ricordato soprattutto Nemico Pubblico di Micheal Mann, in cui Johnny Depp interpreta John Dillinger, Vallanzasca americano ante litteram, anche lui amato dall’opinione pubblica e dalle donne e incline a deridere lo stato oltre che a derubarlo. Come Dillinger, Vallanzasca ha sfidato lo stato, ne ha messo in dubbio l’autorità e ne ha svelato i punti deboli, in qualche modo costringendolo a fare i conti con i propri limiti e a trovare il modo di superarli o aggirarli.

Senza stare a fare le pulci alle inesatezze storiche, sospetto che l’intento di Placido – vecchio comunista incallito – in fondo sia proprio questo: denunciare l’inefficacia e le contraddizioni di un paese che lascia figure criminali come Vallanzasca prima crescano e poi facciano il bello e cattivo tempo, ma anche (sotto sotto) ricordare che la scelta consapevole di porsi al di fuori della legge ed accettare le conseguenze di tale scelta è più rispettabile (per quanto non condivisibile) che porsi al di sopra della legge e distruggere lo stato dall’interno per farsi i comodi propri. Paradossi dei tempi che corrono. Ecco quindi che nel film Vallanzasca viene accusato e condannato per crimini non commessi da lui (nella realtà non è proprio così), ma di cui sceglie di prendersi la responsabilità per quell’etica criminale che sembra sempre così strana ed affascinante e anche per senso di superiorità nei confronti dello stato che lo accusa e lo condanna a centinaia di anni di reclusione. Lo stesso stato che – oggi – sforna indulti ad personam ed impedisce alla magistratura di lavorare.

A parte la lettura politica, non esplicita, Vallanzasca è un film che potrà essere apprezzato anche all’estero per la qualità della regia e della recitazione, che mettono per una volta il nostro cinema al pari di quello americano ed europeo. Non accade spesso, ma vallo a spiegare alla Lega.

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