La Bellezza del Somaro

Un architetto romano che nasconde l’amante dietro un matrimonio felice, un medico alle prese con l’ex moglie isterica e i suoi problemi con i figli, un napoletano che non riesce ad imparare l’inglese e ha comprato un pitone domestico al figlio. Le tre famiglie si ritrovano in un casale nel Chianti dove tutte le magagne vengono fuori tra una torta in faccia e una canna liberatoria ed un vecchio pedofilo che insidia la giovane figlia dell’architetto.

Così, di getto, la trama cosa vi ricorda? Vi aiuto: fate finta che l’architetto sia Christian De Sica, il medico Massimo Ghini e il napoletano Biagio Izzo. Cinepanettone? Natale nel Chianti?

Eh no. Perché basta che il regista sia Sergio Castellitto e non Neri Parenti, e gli interpreti siano Castellitto, Marco Giallini, Gianfelice Imparato e Laura Morante invece di Nancy Brilli e tutto ciò si trasforma all’istante in intrattenimento intelligente, non volgare, di sinistra, addirittura di interesse culturale. Perché no, un’attenta analisi in forma di commedia del fallimento umano ed ideologico di una generazione di successo.

I casi sono due. O Questo film è vero, e siamo messi male noi, o questo film è finto, e sta messo male Castellitto (e la moglie MM che gliel’ha scritto). Propendo, ovviamente, per la seconda ipotesi.
La Bellezza del Somaro è l’equivalente radical chic di Natale in Sudafrica. Target sociale diverso, stessa mistificazione della realtà, stessa superficialità nel trattare gli argomenti e i personaggi.

Mi chiedo cosa ne sappia la famiglia Castellitto, che parla dall’alto di una vita privilegiata e agiata, della propria generazione, dei padri di famiglia e dei problemi che affrontano, se il massimo che sa fare è questo. E se Castellitto difende solo i pochi come lui, arrivati eppure pieni di dubbi (pieni di dubbi?), beh mi chiedo a chi giovi questo cinema così autoreferenziale.

Un grande come Mario Monicelli ci ha appena lasciato. La sua eredità è fatta di storie verosimili, di personaggi – per quanto comici – autentici nella loro tragicomicità. Dietro a tutto quello c’era una visione critica e chiara della vita, dell’Italia e degli italiani. Una visione che poteva essere declinata in forma comica o drammatica, tanto era la sua stessa solidità a reggerne la forma.
Oggi si parla solo per stereotipi di classi sociali, puntando soprattutto alla classe medio-alta che va al cinema e che ne deve uscire rassicurata e non messa in discussione. Natale in Sudafrica, La Bellezza del Somaro, Baciami Ancora, Maschi Contro Femmine. Non c’è alcuna differenza di fondo, solo la stessa presunzione. (E gli stessi titoli di coda: te credo che sono tutti uguali i film, se il cast tecnico è composto sempre dai soliti quattro nomi…)
Il cinema ha bisogno di storie e personaggi, di conflitti e risoluzioni, di interpretazione della realtà in qualche forma: comica, metaforica, drammatica. In Italia oggi vedo principalmente registi che non sanno filmare nient’altro che quello che vivono e che vedono, presumendo (a torto) che sia interessante.

Troppo facile dire che questa è l’alternativa alla volgarità, quando l’alternativa è De Sica. Se poi si scade nel pecoreccio ogni volta che c’è una battuta (il personaggio di Marco Giallini è identico ad un qualunque De Sica natalizio), allora è una presa in giro bella e buona, hai voglia a citare Freud ogni tre battute, così che il pubblico non pensi di aver visto un film di basso livello. Tanto basta ingaggiare la Morante e farla strillare come una pazza. Ma non si stufa anche lei di questi ruoli da isterica?
Come se non bastasse, regia, montaggio e colonna sonora sono quantomeno discutibili (i Cranberries???). Sembra che Castellitto non abbia trovato la cifra giusta per il tono che voleva dare al film, mettendola infine sul piano della confusione espressiva. Un vero peccato, era lecito aspettarsi di più, ma ormai questa mediocrità non fa più notizia.

Annunci