Rapunzel

“Questa è la storia di come sono morto” (Flynn – narratore)
“Cominciamo Bene” (madre di famiglia dietro di me)

Credere nei propri sogni, realizzarli e cercarne degli altri. Questo è un po’ il filo conduttore di Rapunzel, il messaggio da biscotto della fortuna che non manca mai nei sedicenti Classici Disney. Un po’ come il diamante grezzo di Aladdin o il Cerchio della Vita de Il Re Leone (si parva licet).
Il problema è che a mio avviso il film stesso tradisce questo pur importante messaggio.
C’è qualcosa che non funziona nell’insieme, e, dopo averci pensato un po’ credo di averlo capito. E’ vero, i pezzi musicali sono trascurabili e la protagonista è letteralmente inquietante: occhi enormi e sempre sgranati neanche l’avessero nominata ministro delle Pari Opportunità, corpo minuto, nasino alla francese, bionda come una barbie, petulante ed infantile. Se è vero che le principesse Disney oggi sono un modello solo per le bambine sotto i sei anni, Rapunzel è un pessimo modello, sotto ogni punto di vista.

Il problema però è che o credi alle fiabe (inteso anche come modello di business) o non ci credi. Non puoi proporre una formula e rinnegarla allo stesso tempo ad ogni occasione, ricordando a tutti che, ok, siamo la Disney e facciamo le Principesse, ma Shrek l’abbiamo visto anche noi e ormai abbiamo capito che tirano di più la presa in giro e l’ammiccamento continuo. E’ la morte – dolorosa – della magia Disney, che si basa sull’assunto che la forza delle immagini, dei personaggi e dei messaggi, sia senza tempo ed universale, per il film, che sfugge al giudizio del tempo, e per lo spettatore che riesce ad accedere ad una zona della propria mente in cui l’età, la vita ed i riferimenti culturali si fanno da parte per credere.
Almeno per i maggiori film Disney, è così. Per Rapunzel, no.
Il fatto che Rapunzel abbia attraversato una lunga e contorta fase di produzione e che il titolo originale sia stato cambiato in Tangled per allargare il target anche al pubblico maschile seienne sono la prova della sfiducia intrinseca di Disney per il proprio marchio di fabbrica. Tra l’altro, il box-office li sta smentendo.
Il modello musical poi non è finito, ma va sostenuto degnamente: o hai pezzi davvero forti (tipo quelli di Aladdin) oppure è meglio lasciar perdere, le canzoni affossano il film, le sequenze musicali sono prive di fascino e ripetitive: quelle cantate da Rapunzel sono fastidiosissime e poco orecchiabili, quella nella taverna, seppur divertente, è figlia appunto di una controcultura da parodia più che della tradizione disneyana.

Restando al film, cresce con il passare dei minuti. Parte zoppicando, tra le solite canzoncine e una principessa che più insulsa non si può (anche il doppiaggio della Chiatti non aiuta). A salvare la baracca arriva l’antieroe (non è più tempo di principi azzurri…), Flynn Rider, che aggiunge un po’ di pepe alla vicenda. E’ proprio lui, anche narratore, in effetti, a maturare nel corso della storia, anche se in maniera scontata, mentre Rapunzel più che altro passa da un sorriso a trentadue denti ad un altro. I personaggi di contorno funzionano bene, anche se hanno ruoli minori rispetto al solito: d’altra parte la scelta di non far parlare gli animali (che però ovviamente offrono una gamma di espressioni e sentimenti tutti umani) limita molto l’efficacia di tali ruoli nella storia e nella memoria dello spettatore.
I cattivi sono tutt’altro che memorabili: al contrario del solito distillato di cattiveria, Madre Gotel, la vecchia che rapisce Rapunzel per sfruttarne i poteri, si rivela anche una madre premurosa e risulta difficile da odiare come una Malefica o una Grimilde. Stesso discorso per i due gemelli a caccia di Flynn, tutti muscoli e pochi neuroni, nessuna battuta degna di memoria. I due stoccafissi che andavano in giro con la strega del Mare della Sirenetta erano molto più paurosi.

Dal punto di vista tecnico Rapunzel è un grande passo avanti verso uno stile finalmente originale, una computer grafica finalmente matura che sembra 2D per l’uso dei colori e delle luci. La scena delle lanterne è semplicemente spettacolare e vale da sola tutto il film, ma in generale l’effetto delle luci e la regia fa la differenza rispetto al resto della produzione Disney in CG, che finora aveva davvero lasciato a desiderare. Questo è il punto da cui ripartire, secondo me, verso un nuovo rinascimento disneyano. Non secondo loro, però, visto che nel 2011 arriva Winnie The Pooh in 2D e disegnato a mano. Un passo avanti e due indietro.

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