Porco Rosso

“Un maiale che non vola è solo un maiale”

Chi segue l’animazione giapponese non può non conoscere Porco Rosso. L’aviatore col muso da maiale nato dalla mente di Hayao Miyazaki è uno dei simboli dello Studio Ghibli ed il protagonista di un film del 1992. Che arriva nelle sale italiane nel 2010. Di buono, c’è che se fosse arrivato negli anni novanta, gli sarebbe toccata la stessa triste sorte di altri film di Miyazaki, snaturati da un pessimo adattamento occidentale. Ho resistito per anni alla visione domestica di edizioni import, e ho fatto bene: Porco Rosso è un film da cinema. La meraviglia che si prova nel vedere un’animazione completamente realizzata a mano, oggi, è cosa rara: i colori, i dettagli, i fondali, le macchine, i personaggi: il tono malinconico dei film di Miyazaki è involontariamente accentuato da questo corto circuito temporale che permette a Porco Rosso di essere in sala insieme alle Winx e ai gufi (impagliati) in 3D di Ga’Hoole (oltre che a L’Illusionista, ma è un’altra storia).

La trama, in breve: Marco Pagot è un aviatore italiano che negli anni del fascismo vive come cacciatore di taglie fuorilegge avendo rinunciato ad arruolarsi sotto il Duce. Quando i pirati del cielo assoldano un esperto pilota americano per liberarsi di lui, Marco, chiamato Porco Rosso a causa di un sortilegio che gli ha dato le sembianze di un maiale, deve fuggire a Milano per far riparare il suo idrovolante. Il nuovo progetto sarà opera della piccola Fio, che, oltre ad un aereo imbattibile, fa ritrovare a Porco Rosso anche parte dell’umanità perduta…ma il duello con l’americano Curtis diventa inevitabile.

A prima vista molto diverso da altri film di Miyazaki, Porco Rosso ne rielabora semplicemente alcuni dei temi portanti in chiave più adulta e scanzonata. Il sortilegio che ha trasformato Pagot in un maiale non viene spiegato mai, ma è (oltre che un’invenzione visiva decisiva) il simbolo della rinuncia di Marco alla sua umanità, alle regole della società: nè contro il fascismo nè con esso, in nome di un individualismo egoista che rende le persone poco umane: Marco rinuncia anche all’amore di Gina, che lo attende invano, ma viene inevitabilmente colpito dalla vitalità e dalla purezza di Fio.

L’evoluzione di personalità già in partenza complesse e mai completamente positive o negative, il confronto tra gli ideali giovanili ed il disincanto della maturità, spesso declinato in un confronto scontro tra due personaggi femminili, la metafora degli animali, il rifiuto categorico della guerra e della privazione della libertà attraverso la sua esaltazione (qui rappresentata dal volo): sono tutti temi cardine nella poetica di Miyazaki.

Invece di avere regni fantastici e lontani, però, Miyazaki ha scelto l’Italia del fascismo ed il mare Adriatico come ambientazione (riuscitissima, tra l’altro), e riferimenti a veri piloti italiani e veri aerei per i personaggi invece che strani congegni volanti; il protagonista è un navigato uomo di mezza età che non si risparmia commenti a sfondo sessuale e parolacce, un eroe dei cieli egoista e affascinante, mutato nell’animo e nel fisico dal dolore della vita passata e dalla rinuncia al presente. Questo fa di Porco Rosso un’opera unica nella cinematografia del maestro giapponese, e, personalmente, da ieri ho un nuovo numero uno nella mia classifica dei film dello studio Ghibli: più coerente ed avvincente di altri, più divertente anche se meno immaginifico, più adulto anche se molto solare, più diretto.

Le sequenze aeree di lotta e di volo sono estremamente divertenti, la sceneggiatura riserva molte battute divertenti e situazioni buffe, mentre la scena con gli aerei fantasma è da brividi, da grande cinema. La risoluzione del duello finale accentua i toni da farsa e da commedia, non togliendo spessore ai temi drammatici del film, ma sollevando decisamente gli animi prima della fine.

Il finale aperto, poi, lascia una sensazione che pochi altri cartoni danno: invece di chiudere forzatamente la storia facendo vivere Porco Rosso per sempre felice e contento lascia in sospeso, e quindi libero, il personaggio, non tradendone lo spirito solo per mere esigenze di copione.

In sala ieri eravamo meno di venti, quelli dietro di me parlavano di troll e portali magici attaccati alle cinque di mattina, quindi diciamo che non contano: venerdì esce Harry Potter 7, la peggior saga cinematografica degli ultimi venti anni e quindi una delle più seguite. Invece di maghi finti e laccati (tanto come finisce lo sanno tutti), io consiglio di cercare un po’ di magia vera con Porco Rosso e L’Illusionista, simboli di un cinema artigianale destinato a scomparire, nascosto in poche sale piccole e malfunzionanti, ma che racchiude l’essenza di un’autentica esperienza cinematografica, artistica e, in definitiva, umana.

Annunci