L’illusionista

Non spenderò troppe parole su L’Illusionista di Sylvain Chomet. Di cose da dire ce ne sarebbero tante, forse troppe: per un film praticamente muto, in cui l’emozione arriva tramite la forza essenziale del cinema stesso, l’immagine, non posso che semplicemente scrivere che di film come questo se ne vedono pochi, a cartoni praticamente nessuno, e risparmiare parole inutili che finirebbero per banalizzare quello che semplicemente si può comunicare senza dire nulla.

Erano anni che attendevo la seconda opera dell’autore del geniale Appuntamento a Belleville, non sono rimasto deluso. L’Illusionista non è un film per tutti, di certo non è un film per gli spettatori occasionali o che vanno al cinema in mancanza di alternative: un cartone animato dallo stile originale e unico, malinconico nello svolgimento e tristissimo nella risoluzione, tratto da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati e vicino ad una comica di Chaplin, lontanissimo da qualunque stereotipo legato all’animazione, anche quella di qualità, sia occidentale che orientale, per contenuti, stile e tecnica utilizzata.
L’Illusionista è un film denso e difficile: Sylvain Chomet sceglie l’animazione perché non potrebbe mai veicolare tutto il groviglio di sensazioni e colori con attori in carne ossa invece che con personaggi che sono fisicamente costruiti come l’emozione che rappresentano.

Ho scritto già troppo e L’Illusionista, temo, è già fuori dai cinema, vista la limitata distribuzione. Nonostante ciò, è uno dei film migliori che ho visto quest’anno e non posso che consigliarlo vivamente a chi vuole essere di nuovo stupito dal cinema.

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