Wall Street – Il denaro non dorme mai

“What is the definition of insanity? Doing the same thing again and again and expecting a different result. “

Faccio sempre fatica a seguire i film come Wall Street. Le mie conoscenze di economia sono talmente scarse che mi perdo persino nei dialoghi: mi sfuggono i meccanismi di base, figurarsi tutti i sottintesi. Però, del primo Wall Street era chiara una cosa, qualunque cosa facessero le azioni Blu Star o l’acciaio-non-ricordo-che: c’erano due sistemi di valori, ed entrambi rappresentavano l’America. da un lato, Martin Sheen e la cultura operaia del fare, del lavoro di squadra, dell’onestà e dell’attaccamento fisico al posto di lavoro, al “pezzo” finale della catena produttiva.
Dall’altra, gli squali alla Gordon Gekko, la cui professione è un gioco di strategia in cui non importa creare valore, ma solo ricavare un utile personale.
Insomma, per usare una metafora calcistica, Lucarelli contro Ibrahimovic.
Al giovane Bud Fox (Charlie Sheen), la scelta tra l’onestà e la ricchezza (divisione manichea ma efficace). Evidentemente, per Oliver Stone, uno dei due sistemi era preferibile all’altro.

In questo sequel, Stone mischia le carte: oggi, la situazione è diversa, la speculazione è alla portata di tutti, dall’ex-infermiera che si arricchisce (senza aver talento) nella compravendita di piccoli immobili, al vecchio squalo resuscitato come Gekko. Anche la rovina completa però lo è: il crollo delle borse ed il fallimento delle banche hanno volatilizzato una quantità di soldi inimmaginabile. Chi ha le spalle larghe, cade in piedi, chi non le ha, va giù di faccia, e se lo merita anche. Il cameo di Charlie Sheen conferma tale tesi, ma getta una luce sinistra sul personaggio che nel primo film aveva fatto una scelta giusta. Forse è solo un omaggio ai fan, forse no, è il momento del film che mi ha più colpito.

Tutto ciò è fortemente intrecciato con le vicende personali di Gordon Gekko, che, uscito di prigione, cerca vendetta contro chi lo ha incastrato e una pacificazione con la figlia, entrambe le cose attraverso il giovane pirla Shia Leboeuf. Non si capisce se Stone, a corto di idee, abbia voluto cavalcare l’onda lunga dei remake/sequel – affidandosi non a caso al resuscitamorti di professione Leboeuf, reduce da Indiana Jones 4 e Transformers – o avesse davvero in mente un’idea.

L’idea – azzardo – è che la situazione economica attuale viene raccontata da tre punti di vista diversi: quello dello speculatore in ascesa, quello dello speculatore all’apice, quello dello speculatore in risalita dopo una batosta. Shia Leboeuf, Josh Brolin e Micheal Douglas sono lo stesso personaggio, solo in situazioni differenti, tutti umani ed amorali allo stesso modo, senza più distinzioni nette. Questo però fa anche sì che, da parte del pubblico, non ci sia molta affezione nei confronti di nessuno, a meno di non appassionarsi al dramma di Carey Mulligan, figlia di Gekko, che non vuole più vedere, e promessa sposa del geriatra Leboeuf – che, ovviamente, è un Gekko in nuce, ancora (per poco) nella fase idealistica della vita.

Il punto è che Stone non si decide mai in maniera risoluta tra la storia personale di Gekko, come se lo dovesse ai fan, e un’analisi critica del mondo dell’alta finanza vent’anni dopo Wall Street.

L’unico graffio Stone lo riserva alla “bolla” dell’energia rinnovabile: a fronte di qualche pioniere e qualche idealista, una volta entrato a Wall Street qualunque progetto diventa una cifra, qualunque idea che funzioni è una bolla che viene gonfiata finchè rende, poi abbandonata un attimo prima che scoppi (se sei bravo). Non c’è -suggerisce il film – alcuna speranza che chi tira i fili si interessi davvero del bene comune.
Il risultato pertanto è incerto, e la recitazione così così: Douglas va a memoria, Carey Mulligan è una smorfiosetta insopportabile, Shia Leboeuf funziona con i Transformers, ma con gli attori veri è un’altra cosa. La regia ammicca agli anni ottanta, ma senza guizzi particolari, anche nelle invenzioni più originali, è un film di Oliver Stone nel bene e nel male.

D’altro canto, se l’obiettivo di Oliver Stone è fotografare l’America da tutte le angolazioni, Wall Street – Il denaro non dorme mai è anche la fotografia di una scuola di cinema che non riesce più a sfornare prodotti del tutto convincenti che non siano di puro intrattenimento, piegata drammaticamente all’equazione ricavi = guadagno – spesa, di cui non si può tollerare un risultato inferiore alle attese neanche per i lavori dei registi più importanti.

Oliver Stone ci suggerisce che non è il caso di rischiare, meglio dar valore a quello che si sa fare bene. E ne è talmente convinto che dà l’esempio rifacendo un film che aveva già fatto (ma un po’ meglio).
E’ la mancanza di coraggio, non la forza dei personaggi, a far tornare gli studios su concept già sfruttati (e anche già morti e sepolti). Gordon Gekko è un altro barile di cui hanno raschiato il fondo, senza interessarsi molto della qualità. Se si deve adeguare Oliver Stone, figuriamoci noi.
P.S. Caro Oliver, non esiste che mi metti Sympathy for the Devil nel trailer e poi non me la fai sentire in più di due ore di film, mettendo tutte quelle chitarrine acustiche. Non si fa così.
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