Figli Delle Stelle

Cinema EURCINE, Roma. 4 Sale, in sala 1 “Figli delle stelle” di Lucio Pellegrini. Cassa di sinistra. Mi avvicino e chiedo:

“Buonasera, due per Figli delle Stelle.”
“EH?”
“DUE PER FIGLI DELLE STELLE.”
“biglietti?”

Nella top 5 delle risposte che avrei potuto dare, riconosco che “sì” non era certo la più estrosa, né quella che l’idiota avrebbe meritato, ma almeno mi ha consentito di raggiungere senza ulteriori sforzi lo scopo, ovvero vedere il film. Già ero al secondo tentativo, dopo che avevo trovato tutto esaurito a Wall Street in un altro cinema. Quindi, imperturbabile rispondo:
“sì.”

Per dovere di cronaca, le altre quattro erano:

1. “biglietti? no no, DUE sono i mesi che ti restano di lavoro prima di essere definitivamente sostituita da una macchina automatica, che sarà pure fredda, ma almeno non è così stupida.

2. “biglietti? no, due stelle su cinque è il mio giudizio, sul film. Pensavo le interessasse, sa com’è scrivo recensioni e di solito rimorchio le cassiere così, sparando giudizi. Cinque per il Padrino, a proposito. E Tre per Moulin Rouge.”

3. “Biglietti? No, calci in culo che devo dividere tra te e l’imbecille che ti ha messo alla cassa”

4. “Biglietti? No, sono le ore che ci vogliono per comprare due cazzo di biglietti ad una cassa di cinema servita da una rincoglionita che farebbe bene a chiedersi dove ha sbagliato nella vita per ridursi a fare un lavoro da scimmia ammaestrata e riuscire a farlo così male. ”

Dopo una scena del genere alla cassa, come si fa a dire di Figli delle Stelle che i personaggi sono eccessivi e la storia non sta in piedi?
La cassiera che si accerta se volessi dei biglietti è una di quelle cose che mi scoraggiano profondamente, che mi fanno perdere fiducia nel genere umano. Questa settimana, l’altra è stata vedere la gente farsi la foto davanti alla scena di un delitto, la cronaca nera trasformata in souvenir. Una scena che, se avessi visto in un film, avrei giudicato esageratamente satirica, grottesca, irreale, persino ingiusta. Alla fuga dei cervelli, in Italia, sembra essersi sostituito il suicidio dei neuroni. Ce lo dice la cronaca, ma basta anche guardarsi intorno, guardare come – mediamente – si comportano le persone.

Ecco che allora Figli delle Stelle di Lucio Pellegrini, pur con tanti difetti, un valore ce l’ha. Ci racconta come vanno le cose, ma senza la pretesa di generalizzare. Ci racconta di cosa potrebbe accadere a chi perde la bussola, una cosa come tante, al giorno d’oggi: un improvvisato rapimento di un ministro che ovviamente va storto. I cinque rapitori sono cinque precari di una generazione che non ha nessuna sicurezza, abbandonata dalla storia e dallo stato. Uno appena uscito di galera, un operaio precario, un insegnante senza posto di lavoro, un idealista di sinistra ed una giornalista. Un gruppo improvvisato (stile Soliti Ignoti, ma senza nemmeno le competenze “sc-sc-scientifiche”), un rapimento in cui si sbaglia la persona (invece del ministro, un sottosegretario, che si rivelerà anche onesto). Sembra una commedia degli anni sessanta, o la trama di un film dei Coen.

Giorgio Tirabassi, Pierfrancesco Favino e Giuseppe Battiston sono da applausi, Paolo Sassanelli è ottimo, ma il suo personaggio proprio non si capisce cosa ci stia a fare, un po’ come quelli di Fabio Volo e Claudia Pandolfi. Se il personaggio è solo abbozzato, o c’è un bravo attore a definire i contorni (vedi alla voce Battiston) oppure resta un bozzetto senza capo né coda (vedi alla voce Volo). Discorso a parte per Favino, che ancora una volta mostra tutto il suo talento, costruendo il personaggio più complesso sulle sfumature.

Un buon film, però, ha l’obbligo di non confondere forma e sostanza, soprattutto quando la sostanza è il racconto della confusione. Troppi punti in sospeso nella trama, troppe incertezze in fase di scrittura ( o di montaggio). Forse con un personaggio in meno si sarebbe riuscito a far quadrare meglio i conti. L’impressione generale è che manchi qualcosa, forse la volontà di fare una polemica forte, di affrontare seriamente alcuni temi, che sono solo accennati: ad esempio, il personaggio di Giuseppe Battiston, che ha iscritto i figli alla scuola cattolica ma non vuole che dicano le preghiere è meraviglioso, ma buttato via (la scena in cui litiga con la suora è fantastica, ma resta fine a se stessa).

Insomma, l’impressione è quella dell’ennesima occasione sprecata per fare un ottimo cinema.
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