Buried

Una telefonata allunga la vita”
Che cos’hanno in comune Cella 211, Il Labirinto del Fauno, The Orphanage e Rec? Ben due cose: la regia spagnola e un’altra, che sembra davvero un tema portante nel nuovo cinema spagnolo, ovvero che ci possiamo scordare i finali lieti ed all’acqua di rose con il protagonista che – salvata la situazione – cammina abbracciato alla sua bella verso un nuovo giorno.

Buried di Rodrigo Cortès non fa eccezione. Per citare le sue stesse parole, dà al pubblico non quello che vuole, ma quello che non si aspetta.

Chiuso in una cassa, sepolto sotto terra, un cellulare mezzo scarico, un accendino e pochissimo tempo per salvarsi. Il cellulare di Paul Conroy (Ryan Reynolds) prende sotto terra in Iraq durante la guerra, il mio neanche al quinto piano, a Ostia la domenica pomeriggio. Apple e Vodafone, vergogna. Mentre il tempo scorre, Paul scopre cosa è successo, perché si trova sotto terra e, soprattutto, che l’aiuto che cerca potrebbe non arrivare in tempo.
Al contrario di altri casi di sepoltura anticipata (tipo la puntata di C.S.I di Tarantino) il film si svolge completamente all’interno della cassa: non c’è mai alcuno stacco sugli interlocutori di Paul. Questo fa di Buried un film nuovo e coraggioso, per diversi motivi. Il fatto che la cassa sia il luogo dell’azione dal primo istante e non, come ad esempio in Kill Bill vol. 2, un colpo di scena, fa generare di per sé molta meno ansia di quanto si pensi. Questo non è un difetto, anzi: se l’obiettivo di Paul è quello di uscire dalla cassa, per Cortès è mostrarci cosa accade ad una persona che non può fare altro che chiedere aiuto e sperare. Il fatto che Paul sia nella cassa, appunto, è quasi secondario, è una situazione senza uscita come tante (beh, non proprio come tante, ma insomma ci siamo capiti, diciamo un po’ peggio di Massimo Lopez di fronte al plotone di esecuzione nello spot della Sip).

Buried è una commedia nera: ha ragione Cortès. A metà tra un personaggio di Hitchcock ed uno di Kafka, Paul si trova in una situazione paradossale e pericolosissima, ma non riesce a trovare l’aiuto che vorrebbe perché il telefono, che dovrebbe facilitare le comunicazioni, oggi è uno strumento che invece consente alle persone anche di tenersi a debita distanza dai problemi.
La frustrazone di Paul, messo sempre in attesa, scaricato da una persona all’altra, costretto a raccontare sempre tutto dall’inizio mentre il tempo scorre inesorabile e l’ossigeno finisce, è quella di chiunque chiami Sky per segnalare un problema, per non parlare della Telecom o di RyanAir, senso di soffocamento incluso.
I risvolti politici della trama sono soltanto un modo per contestualizzare la vicenda, che in effetti è piuttosto improbabile e paradossale per molti motivi e funziona meglio se letta appunto in chiave metaforica e satirica (anche considerando il finale).
Ryan Reynolds da vicinissimo funziona meglio che da lontano, oppure finora ha scelto male le sceneggiature (tra lui e la moglie Scarlett Johansson non so chi faccia peggio, forse stanno facendo una gara): in Buried funziona anche perché la faccia da quarterback è perfetta per il ruolo dell’americano medio che si trova in una situazione più grande di lui.
Buried per il resto è uno stupendo esercizio di tecnica registica: forse è il set più piccolo della storia del cinema, eppure la macchina si muove sempre in maniera non scontatam regalando anche un paio di sequenze “truccate” da brividi. Merita di essere visto soprattutto per questo (e per i bellissimi poster che sono stati ideati per il film).

P.S. visto che bravo? stavolta ho evitato la pippa sul perché gli spagnoli esportano Cortès e noi Muccino, loro Penelope Cruz e noi Violante Placido ecc. ecc.
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