Inception

You never really remember the beginning of a dream, do you?

NOTA: questo post segue la prima visione del film. Probabilmente, la mia opinione cambierà dopo altre visioni…il consiglio è di vedere Inception prima di leggere qualunque cosa in rete, recensione seguente compresa.

La trama di Inception – quella che si troverà sul retro del DVD e sulle guide dei film – racconta di un gruppo di sosfisticati truffatori in grado di elaborare sogni per attirare ignari malcapitati ed estrapolare dalle loro menti informazioni sensibili che non rivelebbero mai coscientemente. A questo gruppo di criminali viene chiesta la procedura inversa: un’innesto, l’impianto di un’idea, che richiede una complessità di molto superiore (diversi livelli di sogno dentro il sogno) perché il sognatore non la rigetti. Al primo livello, quindi, Inception è un film di truffa, Ocean’s Eleven applicato a Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Ai più, basterà questo e la prima visione del film sicuramente porta a soffermarsi su questo livello, quello superficiale: seguire l’intreccio, rincorrere la logica interna, che, intelligentemente, sfugge allo spettatore mano a mano che il film procede, contribuendo all’immedesimazione con la confusione di Cobb (Leo di Caprio) ed infine capire il finale. Al secondo livello, Inception è il fratello maturo di Matrix e di eXistenz, un film di fantascienza moderna che gioca con il confine tra realtà, percezione ed immaginazione. In Matrix c’è una sola intuizione narrativa, la Matrice. O ne sei dentro o ne sei fuori, il meccanismo è chiaro dopo venti minuti. In Inception non si capisce mai e gli “spiegoni” fantatecnologici sono volutamente omessi, come nei migliori film di fantascienza (principio del Flusso Canalizzatore: se il film funziona, lo spiegone non serve. Se lo spiegone serve, il film non funziona) . Al terzo livello, Inception è un film sulle persone e sui labirinti che la mente può creare in seguito a traumi violenti, e a come si possa rimanere intrappolati dai rimorsi nella propria testa fino a non distinguere la realtà dall’immaginazione. Shutter Island più Matrix…meno tutte le spiegazioni, cosa renderà il film più longevo di entrambi gli altri due. Lungi dal voler dare una spiegazione esaustiva (ci sono già centinaia di siti, post e blog che si divertono ad ipotizzare una definitiva interpretazione dei vari elementi, ma nessuno mi ha convinto del tutto per ora), quello che mi sembra palese è che Inception, al suo quarto livello, pianta un’idea nella testa dello spettatore: che l’ultimo fotogramma del film sia la chiave per dare un senso alla vicenda, il punto di partenza per trovare l’uscita dal labirinto in cui quel genio di Christopher Nolan ci ha cacciati stavolta. E’ così solo se si ci ferma a guardare Inception al primo livello. Se la trottola è il totem di Cobb, lo spettatore, che si immedesima nel suo dramma, prende la trottola come il proprio totem e quindi l’ultima scena diventa di vitale importanza per capire il film. Ma se la trottola non fosse il filo di Arianna? Solo un cambio della prospettiva svela l’inganno della scala di Penrose, altrimenti si continua a salire all’infinito sulla rampa. Per metà film ho pensato che tra Cobb e la moglie avesse ragione la moglie, ma questo non mi ha confortato più di tanto e non mi ha fornito poi elementi definitivi per spiegare tutto. Per fortuna. Nei sogni, non ti ricordi mai come iniziano le cose, semplicemente ti ritrovi nel mezzo dell’azione. Nei film, è la stessa cosa. Tra una scena e l’altra, non sappiamo cosa fanno i personaggi. Ecco il limbo dello spettatore, creato da Nolan: il cinema ed il sogno come due proiezioni inconsapevoli della mente umana, ecco perché Nolan è l’artista che impianta un’idea nel sognatore, il pubblico in sala (un mio amico l’ha presa così sul serio che si è proprio addormentato), un’idea così radicata che sembra nostra, quando invece ce l’ha messa lui. Ognuno, alla fine, si è fatto una propria idea, partendo dalla propria percezione e dal totem che si è scelto – nel film- come ancora per la realtà e per ricostruire una logica. Inception invece è il labirinto stesso, è la quintessenza del cinema moderno: ti cattura, ti intrappola, ti lascia qualcosa nella testa e negli occhi, in più racchiude tutto il cinema di oggi e lo porta da qualche altra parte, o meglio, ce lo fa percepire in modo nuovo. Ci sono varie uscite dal labirinto, ma, incapaci di sceglierne una, restiamo dentro. La apparente mancanza di razionalità di Inception è la sua forza, Nolan alimenta la nostra fantasia invece di fornirle pacchetti preconfezionati. Così, anche se tutti gli effetti speciali più spettacolari sono rovinati dal trailer, Inception non manca di stupire. I nostri occhi sono abituati ad immagini maestose e spettacolari, ma il nostro cervello può anche andare in standby per nove film su dieci, soprattutto se americani ed alto budget. Inception è il decimo film, quello che ti fa anche riflettere, quello che racchiude in una trama infinite chiavi di lettura, quello che cambia le regole del gioco. Coccinema ha mosso una critica, tra varie lodi: i personaggi sono freddi, non scatta alcuna empatia. Vero, e anche tipico di Nolan, che gioca con gli strumenti del narratore per arrivare in una parte dello spettatore che ad altri non interessa toccare: laddove la maggior parte dei cineasti cerca di conquistare il cuore degli spettatori, a Nolan interessa risvegliare la materia grigia, sfidare chi sta seduto in poltrona ad essere più bravo di lui. Sebbene l’amore tra Cobb e la moglie sia centrale per il film, il sentimento che guida Cobb è un altro, e finalmente, per una volta, non è l’amore a vincere tutto. Nolan ci racconta storie mentre ci racconta come si raccontano le storie, ma non ci racconta mai stronzate, neanche quando ci inganna, neanche quando fa Batman: questo è il suo grande pregio. Bravo Nolan, adesso voglio vedere senza Ledger e dopo Inception cosa ti inventerai per Batman 3.

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