Somewhere

Somewhere: titolo aperto a più interpretazioni, quello del film di Sofia Coppola, talentuosa rampolla d’arte che mangia pane e cinema da quando, appena nata, il papi la mise davanti alla telecamera per la scena del battesimo de Il Padrino. Ci ha stupito con le Vergini Suicide, sembrava aver trovato uno stile personale con Lost in Translation e anche Marie Antoinette (nonostante la cagna protagonista) aveva un suo perché. Invece questo Somewhere sta raccogliendo consensi che non condivido affatto. Sofia scova tra i suoi ricordi di bambina figlia d’arte alcune scene che ripropone con delicatezza (senza intento critico o satirico, sebbene poi la Marini e la Ventura a noi italiani facciano rivoltare lo stomaco per la figuraccia che esportano). Solo che per capire questo film che attraverso lunghe e ripetitive sequenze, senza l’ausilio di alcun conflitto – se non quello appena accennato nel finale – bisogna conoscere a menadito la biografia della famiglia Coppola, sapere cos’è lo Chateau Marmont, aver visto Toby Dammit di Fellini, al quale esplicitamente si fa riferimento. Considerando che per apprezzare un film è necessario (ma non sufficiente) capirlo, forse Sofia stavolta presume un po’ troppo.
La critica, intanto, si è spellata le mani a Venezia, premiando il film. Per apprezzarlo poi, si pretende un’empatia con una povera e depressa superstar di Hollywood la cui vita è talmente vuota e ripetitiva che basta uno sguardo della figlia a mandarla in crisi. Sinceramente, ci vuole uno sforzo enorme per provare la benchè minima simpatia per uno che si annoia in una suite con piscina inclusa. Va bene che il talento non si tramanda, non credo nessuno si aspetti un film che oscuri Apocalypse Now, ma almeno si dovrebbe prendere esempio dal coraggio che Coppola Senior aveva e dal ruolo che ebbe nel rinnovamento del cinema americano verso una dimensione più autorale e verso temi scomodi che l’America non era abituata a guardare su uno schermo. Non lo fa quasi nessuno, ma almeno chi come Sofia Coppola ha dalla sua tanta sapienza ed esperienza potrebbe almeno tentare. O evitare questi clichè. A meno che non si voglia chiamare coraggio l’impudenza di mostrare in maniera così acritica l’annoiata vita della star, che è poi quanto fatto, meglio, in Marie Antoinette.
Va anche detto che Stephen Dorff non è Bill Murray, che può stare senza parlare per un’ora ed esprimere qualunque sentimento, anche se tutto sommato non se la cava male. Elle Fanning è brava brava come la sorella Dakota, ma possiede anche un nome normale. Tutto intorno, un mare di cameo e piccoli ruoli che non lasciano (volutamente) alcuna traccia.

Cara Sofia, come esercizio di stile, non c’è male, ma si può fare di meglio: la metafora della macchina che inizialmente gira a vuoto e invece alla fine va da qualche parte (somewhere?) mi è sembrata eccessivamente scolastica e molte scene sembrano pensate appositamente per la colonna sonora e non viceversa. Il compitino è scritto in un bello stile e con una bella calligrafia, l’argomento è ben padroneggiato ma manca di sostanza e coraggio. Per punizione, domani vieni a scuola accompagnata da papà.

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