Toy Story 3

Premessa: sono di parte. Penso che la Pixar sia un covo di maledetti geni, talmente avanti a tutti gli altri da mettere in imbarazzo qualunque tentativo di imitazione. Sono gli X-Men del cinema, l’evoluzione della specie. Sono alieni mascherati da uomini, come in Cocoon.

Prendete “Quando il giorno incontra la notte”, il corto abbinato a Toy Story 3. La combinazione di animazione CG e , di 2D e 3D è un modo non rivoluzionario, forse, perché non si può imitare, ma certamente spiazzante e stimolante di usare tutte le tecniche a disposizione per raccontare una storia, anche semplice, ma che diventa una perla se trattata nella giusta maniera.

Proprio l’inimitabilità è quello che mette la Pixar al riparo dagli assalti della concorrenza, che pure sta affilando le armi: gli ultimi Dreamworks non sono male, e anche L’era Glaciale 3 era notevole, ma è la stessa differenza che c’è tra i Beatles e i Rolling Stones: nella giusta prospettiva, non c’è e non ci sarà mai partita, per quanto si dimeni Mick Jagger.

Toy Story 3 riprende le fila di una storia interrotta quindici anni fa. Nel mondo reale, per la Pixar, sono cambiate molte cose in questo lasso di tempo. Da semplice divisione “sperimentale” si è trasformata nello studio infallibile, il punto di riferimento per la cinematografia americana, i rapporti di forza con la Disney si sono invertiti, il metodo – vincente – si è consolidato, sono arrivati piogge di premi e riconoscimenti. Anche per le statistiche, un fallimento doveva essere dietro l’angolo. E invece…
E’ ovvio che Toy Story 3 non poteva non essere influenzato da tutto ciò.
Non so se la Pixar avsse in programma di realizzare un altro Toy Story. La storia è questa: la Disney – nel breve periodo in cui interruppe i rapporti con Pixar – mise in cantiere il terzo capitolo di Toy Story, di cui detiene i diritti, in maniera autonoma. Quando Lasseter prese il posto di direttore creativo della Disney, la sua prima azione fu quella di restituire il controllo del destino di Woody e Buzz ai legittimi proprietari. A quel punto, bisognava trovare la miglior storia possibile e da questo punto di vista, la missione può dirsi compiuta.

E’ difficile – senza dubbio- tornare all’ingenuità di Toy Story dopo UP. E’ difficile stupire un pubblico che si aspetta, ormai quasi pretende di essere stupito, presentando per la terza volta lo stesso concept, soprattutto quando questo è non solo il più vecchio, ma senza dubbio il più semplice tra i tanti creati dalle brillanti menti di Pixar. Tornare ai giocattoli parlanti, con tutto l’affetto ed il rispetto possibile, dopo essere stati nel mondo dei mostri, nello spazio e in volo in una casa appesa a dei palloncini non deve essere stato facile per chi non ama ripetersi. Per questo Toy Story 3 è così sorprendentemente diverso dai suoi due predecessori.
Se in Wall-E e UP la strategia era quella di creare – nei primi venti/trenta minuti – un “blocco” emotivo su cui poggiare l’intreccio, con Toy Story questo non è necessario. Siete stati nella stanza di Syd, attaccati a quel razzo, a rincorrere quel camion, chiusi in quella teca, nel negozio di giocattoli, su e giù per i nastri trasportatori, non c’è bisogno di altro, i primi due film bastano ed avanzano allo scopo, si può cominciare in quarta. Se non ci siete stati…cavolo, che vita grama.

Anche nel mondo di Toy Story sono passati quindici anni, e per i giocattoli sono un’eternità. Buzz, Woody e tutti (beh…non tutti) gli altri sono in un baule, Andy sta per andare al college, il loro destino è segnato: soffitta, o pattumiera. Per una serie di coincidenze, invece, tutta la banda si ritrova in un asilo, il Sunnyside. L’iniziale entusiasmo per la prospettiva di avere nuovamente bambini con cui giocare si spegne molto presto, quando il Sunnyside si rivela una vera e propria prigione governata dall’orso di pezza Lotso.
L’unica alternativa alla prigionia è la fuga.

A grandi linee, questa è la trama. Ciò che colpisce di Toy Story 3 però è la profondità della storia. Non c’entra niente il 3D, c’è un senso di malinconia inedito per la saga che permea tutto il film: il momento tanto temuto è arrivato, Andy non gioca più. Andare in soffitta, abbandonare Andy, separarsi dai propri compagni per sempre, finire in una discarica. Gran parte di questi incubi si avvera. La storia di Toy Story forse si è conclusa qui, con il capitolo più maturo. L’obiettivo della fuga è il ritorno a casa, ma stavolta per andare in soffitta, in una busta di plastica, per sempre. In più, Woody andrà al college con Andy, separandosi da Buzz e gli altri.

C’è spazio per la commozione, nel finale, così come c’è spazio per momenti assolutamente divertenti – dai siparietti tra Ken e Barbie alle varie gag di Hamm e Mr Potato alle innumerevoli citazioni, per non parlare spettacolare della sequenza iniziale. Quello che colpisce è però la dose di momenti ad alta tensione, in particolare la lunga sequenza nella discarica ed alcuni momenti in cui sembra che qualcuno non ce l’abbia fatta.

L’apparato tecnico è superbo, ed è inutile stare a sottolineare l’ovvio. Commuoversi per dei giocattoli di pezza animati è un po’ meno ovvio, ed è l’ennesima magia: laddove non si è potuto stupire creando nuovi personaggi e situazioni, limitati tecnicamente da un look complessivo datato quindici anni che non poteva essere stravolto, gli sforzi si sono concentrati nel dare un’anima nuova e più vera al mondo di Toy Story. L’appuntamento con il flop è rimandato ancora…

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