Adam

“Hai ventinove anni, ORMAI”
ORMAI??? ma come ORMAI??? io ho ANCORA ventinove anni…o no?? vabbè, non divaghiamo che è meglio…uno va a vedersi un film e si ritrova pugnalato alle spalle da battute come queste…

Adam (Hugh Dancy) è un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger che si innamora della sua nuova vicina di casa Beth (Rose Byrne) (non esistono vicine di casa così, belle single e disponibili, nel mondo reale, ma vabbè, è un film). Nonostante le difficoltà dovute alla malattia, una forma di autismo che, tra le varie cose, limita pesantemente l’interazione sociale, la storia sboccia, ma viene messa subito a dura prova dal processo del padre di lei che rischia di comprometterne l’idillio familiare borghese americano.

Niente di che, eh? Invece no. La trama non è né più né meno di quella di un mediocre tv movie da mattina di canale 5, è vero, ma la differenza la fanno – oltre alle interpretazioni – le intenzioni e quello che si riesce a leggere tra le righe. Se pensassi che questo film vuole sensibilizzare le persone sull’autismo o strappare facili lacrime (ed altrettanto facili risate) non scriverei neanche il post.

Ci sono invece due poli di attrazione in questo film: uno è un’analisi di quanto conti nei rapporti quello che riusciamo a dire e quello che lasciamo capire (o così crediamo). Che accadrebbe se non potessimo usare quest’arma – così importante – e fossimo costretti a dire esplicitamente ogni cosa? Mancherebbe molta poesia, certamente, ma non ci sarebbero neanche margini di errore e fraintendimenti. La sindrome di Asperger illustra cinematograficamente questa linea di confine che ognuno pone un po’ dove crede, convinto che gli altri la vedano.

L’altro tema portante è la distanza. La distanza dalle stelle e in generale da tutto ciò che sta oltre il nostro microcosmo personale: Adam osserva le stelle col telescopio, ma anche gli animali del parco di notte…Beth sembra scoprire tutto per la prima volta con lui; la distanza dalle altre persone: Adam la percepisce e la soffre, Beth, come tutti, la calcola e la definisce secondo convenienza. Mentre Adam gioca a carte scoperte, permettendo a noi di verificare facilmente quanto due persone possano stare insieme senza effettivamente essere l’uno parte dell’altra, Beth vive una storia d’amore particolare solo perchè Adam è “interessante”, in un momento della sua vita segnato dal crollo delle certezze legate alla famiglia (altra opposizione con Adam, che invece ha perso entrambi i genitori).

Quando Adam scopre una piccola bugia di Beth va su tutte le furie, perché non distingue tra bugie piccole e grandi, ma anche perché non sapendo mentire, non può difendersi. Senza spoilerare, questa rottura porta Adam dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Beth, invece, non va molto più in là di dove era prima di conoscere Adam.

C’era anni fa un odioso telefilm su Canale 5 con il bambino affetto dalla sindrome di down che in ogni puntata lottava per la sua integrazione ed insegnava qualcosa a qualche americano razzista. Ecco, Adam va in direzione opposta, ma lontano anche da Forrest Gump: perfettamente consapevole dei propri limiti e padrone della sua vita, Adam cerca la felicità come tutti e il proprio posto nel mondo, libero da convenzioni sociali che non afferra (“volete vedere il video della bambina?” “No, ti ringrazio”, fantastico) , involontariamente comico e straordinariamente sensibile. Beth non è da meno, ma sembra una che non si è mai posta una domanda in vita sua, troppo presa a passare da una lezione di piano a Brooklyn un aperitivo nell’East Village (sto inventando, ma il senso è questo). Non ci fa una gran figura, tutto sommato.

Forse ho divagato io: Adam è un buon film che ha colpito il Sundance; pur rientrando nei canoni del cinema indie americano un po’ troppo autocompiaciuto, riesce a fuggirne gli schemi e a non indulgere nella melassa neanche quando potrebbe, trovando spesso soluzioni originali. Non male.

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