Cella 211

Colpa mia: non ho mai sentito nominare Daniel Monzon. Scopro ora che Cella 211 è il suo quarto lungometraggio. Tra poco secondo me lo vedremo ad Hollywood, a dirigere kolossal, quindi è meglio godersi i suoi lavori finchè sono autentici ed indipendenti.

Cella 211 è questo: un film che per genere e tematiche trattate viaggia costantemente sulla buccia di banana, senza mai scivolare. La tensione comincia dopo una manciata di minuti (ed una delle scene iniziali più macabre che ricordi) e non finisce mai, non si scioglie neanche ai titoli di coda. Fosse stato un film americano avremmo avuto ben altro finale e ben altre concessioni al relax. Invece il cinema spagnolo ci regala un’altra gemma in un genere – il film “de priggione” – i cui maestri americani devono cominciare a rimettersi sui libri per evitare brutte figure. In Italia, manco a dirlo, l’ultimo film sul carcere era quello in cui Kasia Smutniak e Luciana Littizzetto inscenavano un musical con i detenuti e nessuno voleva fare Giuda. “Te lo meriti, Alberto Sordi!“…

Juan Oliver fa visita al carcere in cui il giorno dopo dovrà prendere servizio. Quando un pezzo del fatiscente soffitto si stacca e lo colpisce alla testa, Juan viene adagiato nella cella 211, libera, in attesa di soccorsi. Proprio in quel momento scoppia una violenta rivolta nel braccio in cui si trova Juan, e i detenuti, capeggiati dal pericolosissimo Malamadre, occupano il settore. A Juan non resta che fingersi un pericoloso omicida ed accettare le regole di Malamadre per sperare di uscire vivo da questa situazione e riabbracciare la moglie Elena. Malamadre però ha in ostaggio tre terroristi dell’ETA e le trattative con il governo si rivelano più difficili del previsto, soprattutto dopo che Elena viene coinvolta in uno scontro con la polizia fuori dal carcere…

A memoria: Fuga per la vittoria, Il ponte sul fiume Kwai, La grande fuga, Fuga da Alcatraz, Sorvegliato Speciale, Il Miglio Verde, Le Ali della Libertà, Sleepers. I film ambientati in carcere si basano su topos letterari consolidatissimi: un direttore e un capo delle guardie che più infame non si può, almeno un detenuto infamissimo (ma sempre meno del capo delle guardie), un altro detenuto che alla fine è solidale con il protagonista, una certa etica tra assassini che –nella sua aberrazione – pare più rispettabile di quella tra le guardie, un finale in cui il protagonista bene o male ottiene, seppur ad un prezzo elevatissimo, una qualche forma di ricompensa. A parte “Il Miglio Verde”, in cui il capo delle guardie è il protagonista (ed è Tom Hanks) e quindi i canoni si ribaltano, al luogo comune non sfugge nessuno. Neanche Cella 211, infatti, si salva, ma non fa niente, anzi. La forza di questo film è nella tensione che genera immediatamente, nella claustrofobia e nel senso di ineluttabilità che piano piano ci invade mentre Juan vive il suo inferno. La mezz’ora finale è devastante per chi, confortato comunque da una discreta cultura cinematografica e da tutti i topos di cui sopra e, si aspetta anche l’ultimo di quelli che ho citato. Invece col cavolo.

La sceneggiatura è impeccabile, l’idea di partenza molto interessante: anche se per forza di cosa ricade nel filone “infiltrato che non deve farsi scoprire sennò lo fanno a strisce”, il fatto che il tutto avvenga per un incidente e che a quel punto sia l’istinto di sopravvivenza a guidare Juan e non, ad esempio, un addestramento mirato rende tutto molto più interessante e coinvolgente.
La regia poi è strepitosa nelle inquadrature anguste e affollate del carcere, risolte sempre in maniera estremamente funzionale alla tensione drammatica.

Evito commenti e prese di posizione sull’argomento “detenuti” in generale, sul ruolo e le mancanze dello stato, sugli abusi di potere in prigione, sui diritti fondamentali dell’uomo. Il punto di vista degli autori è chiaro, forse eccessivamente, ma Cella 211 è fiction, come tale mi ha emozionato e come tale lo commento e lo valuto. Inoltre l’elemento tragico contingente influenza il giudizio su molti dei personaggi, non si deve generalizzare e strumentalizzare. Al più si può dire che, purtroppo, l’idiozia delle persone è spesso direttamente proporzionale al ruolo che ricoprono, ma questo vale un po’ in tutti i campi.

Una cosa: la voce di Francesco Pannofino è mezzo film, in italiano, ma io mi sono stufato di sentire sempre lui, siamo ai livelli di Insegno e del fu Amendola sia come bravura che come invadenza.
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