Happy Family

“Questo film è dedicato a chi ha paura”
Ecco, io ho paura che a Salvatores siano finite le cose da raccontare. L’ultima dedica che ricordo in un film di Salvatores era “dedicato a tutti quelli che stanno scappando”, in Mediterraneo. Da allora sono passati venti anni e qualcosa è cambiato. Gabriele Salvatores è diventato grande, è diventato un grande regista ma forse mai un grande autore. I suoi ultimi film sono tutti impeccabili dal punto di vista tecnico, estetico, registico, ma mancano di anima, di sostanza, ti lasciano non appena finiscono.
Però questo è il tipico film che piace a tutti, è piaciuto pure a me in fondo, se stronco anche questo, apriti cielo. Diciamola tutta: se fosse opera di un giovane regista, non esiterei a scagliermi contro la sua “paraculaggine” e l’evidente plagio da “i Tenenbaum” di Wes Anderson (se sono identiche persino le inquadrature, parlare di omaggio è fin troppo generoso). Scriverei che nel cinema italiano non c’è coraggio, non c’è più nessuno che sappia lavorare sui toni della commedia, come faceva, ad esempio, Gabriele Salvatores. Invece porca miseria è proprio di lui che devo scrivere. Però come fai a stroncare Salvatores. E’ pure dell’Inter. Ah! Faccio finta che non ho capito e che penso sia il remake ufficiale de “I Tenenbaum” e salvo capra e cavoli.
Per essere il remake de “i Tenenbaum”, Happy Family è fantastico. Salvatores trova la giusta misura per impiantare a Milano le atmosfere familiari surreali e tese care a Wes Anderson, affindando ai suoi dioscuri Bentivoglio e Abatantuono i ruoli di capofamiglia e a Fabio De Luigi il doppio ruolo di autore / personaggio. In più Salvatores aggiunge un tocco personale per deviare dall’originale: una storia cornice (lo scrittore Ezio che decide di scrivere un film) intrecciata con la storia raccontata (le due famiglie e la cena), i personaggi che parlano e si ribellano all’autore, un finto finale, metacinema surreale, rottura del quarto muro (in gergo…i personaggi che parlano con il pubblico), una sequenza musica e immagini in b/n che sembra un corto. Arrivato dov’è, Gabriele Salvatores ci regala un piccolo compendio di regia, impreziosito dalla recitazione brillante dei suoi interpreti, una commedia dai toni leggeri e slegata per una volta da intenti satirici o polemici. Non c’è politica, non c’è storia, non c’è contesto sociale. L’ambiente artefatto in cui i personaggi si muovono è palesemente non reale, finzione nella finzione, storia nella storia. Ogni inquadratura è costruita su se stessa, geometricamente preparata e cromaticamente studiata per dare un effetto di assoluta inverosimiglianza. Rispetto a “i Tenenbaum” viene accentuato il lato grottesco su quello sociologico (le conseguenze dei legami familiari) per dare spazio ai battitori liberi della battuta Abatantuono e De Luigi.
Ecco, dovrebbe bastare.
“I finali non vengono mai”
E meno male che Salvatores lo fa dire al suo personaggio/autore/personaggio Ezio (De Luigi) quando i personaggi si ribellano al finale sospeso costringendolo ad inventarne uno più conclusivo.
Cos’è? Uno scherzo? Il finale della storia delle due famiglie funzionicchia (sempre Tenenbaum), il finale della storia cornice è imbarazzante. Appunto, non vengono mai.
Per essere il film di uno dei massimi registi italiani, Happy family è una delusione. Non è accettabile da un regista bravo e capace, di livello internazionale, come lui un film senza un minimo di originalità, pervaso da una pretesa di autorialità che –appunto- non gli appartiene e, cosa ben peggiore, appartiene a Wes Anderson, ma anche a Woody Allen, tanto per citarne un altro a casaccio. Se Happy family sarà il primo film che vedete negli ultimi quindici anni, lo adorerete, altrimenti, bah.
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