Shutter Island

“WHO IS 67?”

Alla fine, mi riporta improvvisamente alla realtà il conciliabolo della fila davanti: la più sveglia della compagnia spiega il finale agli amici meno dotati (saranno quei cappellini da baseball ad impedire l’afflusso di sangue al cervello?). Sono scene che valgono una serata, e che quando il film non convince, ripagano del prezzo del biglietto. Non è questo il caso: per due ore e venti sono stato rapito, al massimo della tensione, come raramente mi accade al cinema, assorbito dall’ultimo capolavoro di Martin Scorsese, Shutter Island.

1956, Boston: l’agente federale Teddy Daniels, veterano decorato nella Seconda Guerra Mondiale, viene inviato su Shutter Island, dove una paziente del manicomio criminale di Ashecliff è scappata nonostante le imponenti misure di sicurezza della struttura. L’agente Daniels sta in realtà indagando su Ashecliff da molto tempo, da quando il responsabile della morte di sua moglie, dopo esservi stato rinchiuso, pare essere anch’egli scomparso nel nulla. Bloccato sull’isola da una tempesta, tormentato da incubi ed allucinazioni, Daniels si rende conto che Ashecliff nasconde più di quel che sembra – e l’atteggiamento ostile e poco collaborativo dei responsabili della struttura conferma tali sospetti – e che le sue indagini lo stanno mettendo in serio pericolo.

In rete ho letto autorevoli commenti generalmente poco soddisfatti, rispetto, ad esempio, a The Departed che invece mi aveva annoiato non poco. A parte i gusti, credo che questo dipenda dal fatto che il thriller non è il mio genere e quindi non posso unirmi alle accuse di banalità e citazionismo scellerato. Non è l’intreccio il punto di forza di Shutter Island, comunque. Nonostante una risoluzione non imprevedibile (nella sostanza, già dal trailer si capiva), non mi aspettavo tale intensità, costruita ad arte con una progressione continua di piccoli smottamenti nelle certezze dell’agente Teddy Daniels (uno straordinario Leo Di Caprio) – e con un montaggio sonoro a tratti disturbante e per questo efficace: mano a mano che la trappola scatta, lentamente, su Teddy e le sue ansie aumentano, lo scenario costruito dalla sceneggiatura si rivela nella sua atrocità psicologica: solo, intrappolato su un’isola manicomio, circondato da personaggi con fini ambigui. Senza un punto di riferimento certo se non il proprio instabile equilibrio mentale, in balia della tempesta, lontano dalla terraferma: la realtà fisica è brutale metafora dello stato mentale e, per lo spettatore, teatro di una lenta discesa nella crisi d’identità (o così sembra fino alla fine). Quando sei fortemente convinto di qualcosa, ma tutti intorno sostengono il contrario e non hai prove a sostegno della tua tesi, quanto ci vuole perché il tuo equilibrio ceda? Shutter Island è un inquietante saggio sul rapporto tra realtà e percezione, sulla permeabilità della mente umana ai condizionamenti esterni e sulla sua fragilità.
Martin Scorsese, come Coppola in “Segreti di Famiglia” qualche mese fa, mostra i muscoli e – nonostante qualche ingenuità nella trama (la tempesta è troppo funzionale all’intreccio, ad esempio, per essere un evento naturale) e qualche lungaggine alla fine – ci ricorda perché da quarant’anni è considerato uno dei maestri assoluti. Shutter Island è un film in cui l’apporto della regia si percepisce dall’inizio alla fine, in cui ogni inquadratura concorre alla costruzione di un’atmosfera pesantissima (quei maledetti cerini…che classe) e di un’ansia crescente . Non basta la risoluzione finale a scioglierla, forse proprio perché tanto prevedibile. Non è la confusione tra realtà e incubi a livello narrativo, quanto il modo in cui essa è realizzata a creare la giusta tensione. Le sequenze oniriche poi, sono tra le più belle che abbia mai visto, lontane dagli esercizi di stile decontestualizzati di David Lynch ma altrettanto inquietanti e molto più vividi.

All’opera maestrale di regia si aggiunge un cast di grande spessore: Leo Di Caprio ormai è l’Avatar di Scorsese come De Niro lo era anni fa, convoglia perfettamente tutte le sensazioni e le emozioni necessarie al di qua dello schermo; la sua faccia comunque pulita anche nei tormenti lo rendono il contraltare eroicamente perfetto dei due luciferini dottori interpretati da Max Von Sydow e Ben Kingsley, che nessuno vorrebbe incontrare neanche al Pronto Soccorso, figuriamoci in un manicomio criminale su un’isola, in mezzo ad una tempesta. Mark Ruffalo, che interpreta Chuck Aule, il collega di Teddy Daniels, ha trovato la giusta chiave per interpretare un personaggio che inizialmente sembra lo stereotipo del poliziotto affidabile e del bravo collega ma anche il primo di cui smettere di fidarsi nel momento del dubbio. Molto intensi e significativi i piccoli ruoli di Jackie Earle Haley e Patricia Clarkson, che servono a confondere definitivamente Teddy (e gli spettatori) prima della fine.
Se il libro di Dennis Lehane è migliore del film (verificherò a breve), deve essere un capolavoro assoluto.

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